
Questo Ahmed e le macchine dell’oblio che si mostra in una confezione così curata ed accattivante, con numerose illustrazioni (nella versione italiana sono a cura di un grande ed elegante disegnatore come Paolo D’Altan mentre in quella originale sono state realizzate da Chris Lane) ed una impostazione “infantile” sembra, confermando il sottotitolo (a Fable), veramente indirizzato ad un pubblico adolescenziale. Si avverte però ben presente in tutta l’opera un qualcosa, un sottofondo differente, una tensione propositiva, come se l’intenzione di Bradbury fosse anche un’altra. Forse l’età dell’autore non è indifferente a questa tensione, a questo qualcosa che si avvicina ad un testamento non dico spirituale ma quantomeno morale.
Così si
dipana, si costruisce e si sviluppa il racconto; attraverso un viaggio.
Un muoversi continuo (non mi pare un caso che Ahmed sia un nomade del deserto)
che in questo contesto assume il significato di un viaggio iniziatico nei
luoghi dell’ovunque, nel tempo di domani. Sì, la direzione deve
essere sempre ferma e diretta verso domani, perché il presente,
l’ossessione dell’oggi, non può e non deve distogliere dall’avvenire.
In ultima analisi, un viaggio in ogni direzione, cioè alla scoperta
di sé stessi. No, non solo di sé stessi per come si è,
ma per come di deve imparare ad essere. Perciò anche la scelta del
deserto appare significativa: nel deserto non vi sono riferimenti e l’immensità
degli spazi, dei cieli costringe ad una analisi interiore; al contempo
l’infinita monotonia degli orizzonti sembra quasi un’espansione illimitata
del presente con cui occorre convivere, ma che occorre saper affrontare.
E per combattere questo appiattimento, quale arma migliore se non tentare
ogni cosa? Perché solo così si può imparare, ci si
può costruire. Non tentare è l’autentica unica morte.
Per superare
quest’infinità spazio-temporale occorre saper volare: il volo di
Ahmed verso il domani e verso l’autocoscienza è perciò metafora
del desiderio. Ma non è forse la coscienza del desiderio il desiderio
più profondo da dover realizzare?
SINOPSIS
Che qualcosa di straordinario stesse
per accadere lo testimoniava l’avvistamento di un gabbiano sul deserto.
Così nella notte che succedette quell’avvistamento, mentre contava
le stelle, Ahmed, in coda alla carovana, cade dal suo cammello senza che
nessuno se ne accorga.
Solo, nel deserto. No, non proprio
solo, il suo piede urta una statua di bronzo. La statua enorme di un antico
e possente dio: Gonn - Ben - Allah, il Magnifico; Guardiano dei fantasmi
dei nomi perduti. Le lacrime e le preghiere di Ahmed ridanno vita al colosso
che guiderà il ragazzo in viaggi senza spazio e senza tempo alla
scoperta dei sogni eterni dell’Uomo.
ETRATTO DA AHMED
E LE MACCHINE DELL'OBLIO nella
traduzione di Raffaella Belletti
… Giaceva là, largo come
tre uomini e lungo quanto due dozzine, il busto simile a un monumento,
le braccia a obelischi, le gambe a colonne, il nobile volto per metà
uguale a quello della Sfinge e per metà a quella di Ra, dio del
sole, l’acume arabo negli occhi ardenti e la tempesta nella voce di Allah
nella caverna della bocca.
“Io” disse Gonn - Ben - Allah “sono!”
“Oh, devi essere stato un grande
dio” disse Ahmed.
“Ho percorso la terra a lunghi
passi e ho proiettato la mia ombra sui continenti. Ora aiutami ad alzarmi!
Pronuncia i miei geroglifici. Le impronte degli uccelli che da un solstizio
all’altro mi hanno sfiorato tracciando preghiere misteriose, leggile ad
alta voce!”
E Ahmed parlò alla sabbia:
“Adesso, Gonn dei tempi remoti, sii giovane. Sorgi. Carne calda, sangue
caldo, cuore caldo, anima calda, respiro caldo. Alzati, Gonn, su! Fuggi
la morte!”
Il grande Gonn si mosse, si assestò
e poi, con un lato grido, si proiettò nel cielo per oscillare sopra
Ahmed, le gambe profondamente piantate nella sabbia mutevole, come pilastri.
Una volta libero scoppiò a ridere, perché provava una felicità
difficile da esprimere o misurare.
“Ragazzo, c’è una ragione
se, rivolto lo sguardo alle stelle, sei caduto lasciando la tua impronta
nella polvere e mi hai svegliato. Ho aspettato un’eternità che tu
arrivassi, io, il guardiano dei cieli, l’erede del sogno, colui che vola
senza volare.”
E Gonn - Ben - Allah mosse le braccia
per toccare i due orizzonti.
“Il sogno è rimasto per
sempre. Oh, le nuvole, hanno detto gli uomini. Oh, le stelle e il vento
che muove non le stelle, ma le nuvole. Oh, le tempeste che percorrono la
Terra senza meta. Oh, i fulmini che vorremmo imitare e gli uragani con
cui vorremmo fare a gara. Che disperata, rabbiosa gelosia accompagna le
nostri notti: non sappiamo volare!
Dunque tu, ragazzo, sei il Guardiano
delle Tempeste.”
E Gonn sfiorò la fronte
di Ahmed.
“Guidami con i tuoi sogni, perché
è venuto il momento di ricordare.”
“Come posso ricordare quello che
non conosco?” Ahmed si toccò gli occhi, la bocca, le orecchie.
“Vieni avanti, cammina, corri.
Poi salta, balza, vola …”
E sotto i loro occhi il tempo cambiò
e immense tenebre sorsero dal Nord da cui viene ogni freddo, dall’Ovest
che ingoia il sole e dall’Est che segue la morte del sole e oscura l’aria.
C’erano bufere di neve e uragani nelle nuvole, tempeste di fulmini sotto
il tetto del cielo, suoni lamentosi di infiniti funerali che precipitavano
oltre l’orlo del mondo. Le tenebre immense sovrastavano Ahmed e Gonn -
Ben - Allah.
“Che cos’è quello?” gridò
Ahmed.
“Quello” disse Gonn “è il
Nemico.”
“Dunque una cosa del genere esiste?”
“La metà di ogni cosa è
il Nemico” rispose Gonn. “Proprio come la metà di ogni cosa è
il Salvatore, il ricordo luminoso del mezzogiorno.”
“E qual è il nome del Nemico?”
“Oh, bambino, è Tempo, semplicemente
Tempo.”
“Ma, potente Gonn, il Tempo ha
una forma? Non sapevo che si potesse vedere il Tempo.”
“Sì, il Tempo ha forme e
ombre visibili. Quello laggiù, sull’orlo del mondo, è il
Tempo che Sarà. Un ricordo di cose future destinate a essere cancellate
e distrutte, se non lottiamo contro di esso, non lo afferriamo e non lo
modelliamo con la nostra anima, non gli prestiamo la nostra voce. Allora
il Tempo diventa compagno della luce, non è più nemico dei
sogni.”
“È così grande” esclamò
Ahmed. “Ho paura!”
“Sì” disse Gonn. “Perché
è contro il tempo che lottiamo, il Tempo e il modo in cui soffia
il vento, il Tempo è il modo in cui il mare si agita per coprire,
nascondere, travolgere, erodere, cambiare. Per questo ho bisogno di te,
perché la tua giovinezza è forza, come pure la tua innocenza.
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