AHMED E LE MACCHINE DELL'OBLIO
Edizioni italiane: Mondadori, 2001
Titolo originale: Ahmed and the Oblivion Machines, a Fable
 
 
 

Questo Ahmed e le macchine dell’oblio che si mostra in una confezione così curata ed accattivante, con numerose illustrazioni (nella versione italiana sono a cura di un grande ed elegante disegnatore come Paolo D’Altan mentre in quella originale sono state realizzate da Chris Lane) ed una impostazione “infantile” sembra, confermando il sottotitolo (a Fable), veramente indirizzato ad un pubblico adolescenziale. Si avverte però ben presente in tutta l’opera un qualcosa, un sottofondo differente, una tensione propositiva, come se l’intenzione di Bradbury fosse anche un’altra. Forse l’età dell’autore non è indifferente a questa tensione, a questo qualcosa che si avvicina ad un testamento non dico spirituale ma quantomeno morale.

    Così si dipana, si costruisce e si sviluppa il racconto; attraverso un viaggio. Un muoversi continuo (non mi pare un caso che Ahmed sia un nomade del deserto) che in questo contesto assume il significato di un viaggio iniziatico nei luoghi dell’ovunque, nel tempo di domani. Sì, la direzione deve essere sempre ferma e diretta verso domani, perché il presente, l’ossessione dell’oggi, non può e non deve distogliere dall’avvenire. In ultima analisi, un viaggio in ogni direzione, cioè alla scoperta di sé stessi. No, non solo di sé stessi per come si è, ma per come di deve imparare ad essere. Perciò anche la scelta del deserto appare significativa: nel deserto non vi sono riferimenti e l’immensità degli spazi, dei cieli costringe ad una analisi interiore; al contempo l’infinita monotonia degli orizzonti sembra quasi un’espansione illimitata del presente con cui occorre convivere, ma che occorre saper affrontare. E per combattere questo appiattimento, quale arma migliore se non tentare ogni cosa? Perché solo così si può imparare, ci si può costruire. Non tentare è l’autentica unica morte.
    Per superare quest’infinità spazio-temporale occorre saper volare: il volo di Ahmed verso il domani e verso l’autocoscienza è perciò metafora del desiderio. Ma non è forse la coscienza del desiderio il desiderio più profondo da dover realizzare?

    

SINOPSIS

Che qualcosa di straordinario stesse per accadere lo testimoniava l’avvistamento di un gabbiano sul deserto. Così nella notte che succedette quell’avvistamento, mentre contava le stelle, Ahmed, in coda alla carovana, cade dal suo cammello senza che nessuno se ne accorga.
Solo, nel deserto. No, non proprio solo, il suo piede urta una statua di bronzo. La statua enorme di un antico e possente dio: Gonn - Ben - Allah, il Magnifico; Guardiano dei fantasmi dei nomi perduti. Le lacrime e le preghiere di Ahmed ridanno vita al colosso che guiderà il ragazzo in viaggi senza spazio e senza tempo alla scoperta dei sogni eterni dell’Uomo.
 
 

ETRATTO DA AHMED E LE MACCHINE DELL'OBLIO nella traduzione di Raffaella Belletti
 

… Giaceva là, largo come tre uomini e lungo quanto due dozzine, il busto simile a un monumento, le braccia a obelischi, le gambe a colonne, il nobile volto per metà uguale a quello della Sfinge e per metà a quella di Ra, dio del sole, l’acume arabo negli occhi ardenti e la tempesta nella voce di Allah nella caverna della bocca.
“Io” disse Gonn - Ben - Allah “sono!”
“Oh, devi essere stato un grande dio” disse Ahmed.
“Ho percorso la terra a lunghi passi e ho proiettato la mia ombra sui continenti. Ora aiutami ad alzarmi! Pronuncia i miei geroglifici. Le impronte degli uccelli che da un solstizio all’altro mi hanno sfiorato tracciando preghiere misteriose, leggile ad alta voce!”
E Ahmed parlò alla sabbia: “Adesso, Gonn dei tempi remoti, sii giovane. Sorgi. Carne calda, sangue caldo, cuore caldo, anima calda, respiro caldo. Alzati, Gonn, su! Fuggi la morte!”
Il grande Gonn si mosse, si assestò e poi, con un lato grido, si proiettò nel cielo per oscillare sopra Ahmed, le gambe profondamente piantate nella sabbia mutevole, come pilastri. Una volta libero scoppiò a ridere, perché provava una felicità difficile da esprimere o misurare.
“Ragazzo, c’è una ragione se, rivolto lo sguardo alle stelle, sei caduto lasciando la tua impronta nella polvere e mi hai svegliato. Ho aspettato un’eternità che tu arrivassi, io, il guardiano dei cieli, l’erede del sogno, colui che vola senza volare.”
E Gonn - Ben - Allah mosse le braccia per toccare i due orizzonti.
“Il sogno è rimasto per sempre. Oh, le nuvole, hanno detto gli uomini. Oh, le stelle e il vento che muove non le stelle, ma le nuvole. Oh, le tempeste che percorrono la Terra senza meta. Oh, i fulmini che vorremmo imitare e gli uragani con cui vorremmo fare a gara. Che disperata, rabbiosa gelosia accompagna le nostri notti: non sappiamo volare!
Dunque tu, ragazzo, sei il Guardiano delle Tempeste.”
E Gonn sfiorò la fronte di Ahmed.
“Guidami con i tuoi sogni, perché è venuto il momento di ricordare.”
“Come posso ricordare quello che non conosco?” Ahmed si toccò gli occhi, la bocca, le orecchie.
“Vieni avanti, cammina, corri. Poi salta, balza, vola …”
E sotto i loro occhi il tempo cambiò e immense tenebre sorsero dal Nord da cui viene ogni freddo, dall’Ovest che ingoia il sole e dall’Est che segue la morte del sole e oscura l’aria. C’erano bufere di neve e uragani nelle nuvole, tempeste di fulmini sotto il tetto del cielo, suoni lamentosi di infiniti funerali che precipitavano oltre l’orlo del mondo. Le tenebre immense sovrastavano Ahmed e Gonn - Ben - Allah.
“Che cos’è quello?” gridò Ahmed.
“Quello” disse Gonn “è il Nemico.”
“Dunque una cosa del genere esiste?”
“La metà di ogni cosa è il Nemico” rispose Gonn. “Proprio come la metà di ogni cosa è il Salvatore, il ricordo luminoso del mezzogiorno.”
“E qual è il nome del Nemico?”
“Oh, bambino, è Tempo, semplicemente Tempo.”
“Ma, potente Gonn, il Tempo ha una forma? Non sapevo che si potesse vedere il Tempo.”
“Sì, il Tempo ha forme e ombre visibili. Quello laggiù, sull’orlo del mondo, è il Tempo che Sarà. Un ricordo di cose future destinate a essere cancellate e distrutte, se non lottiamo contro di esso, non lo afferriamo e non lo modelliamo con la nostra anima, non gli prestiamo la nostra voce. Allora il Tempo diventa compagno della luce, non è più nemico dei sogni.”
“È così grande” esclamò Ahmed. “Ho paura!”
“Sì” disse Gonn. “Perché è contro il tempo che lottiamo, il Tempo e il modo in cui soffia il vento, il Tempo è il modo in cui il mare si agita per coprire, nascondere, travolgere, erodere, cambiare. Per questo ho bisogno di te, perché la tua giovinezza è forza, come pure la tua innocenza. ...
 
 

 

 
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