VERDI OMBRE,
BALENA BIANCA
Edizioni italiane: Fazi Editore, 1998
Titolo originale Green Shadows, White Whale
 
 

Il resoconto di un viaggio, ecco cos’è Verdi Ombre, Balena Bianca. Sì, un viaggio. Ma non è solo il viaggio in un paese, seppure unico e straordinario come l’Irlanda; è un viaggio nell’inconscio di una nazione, nella filosofia della sua gente e dei suoi miti. Ma ancora non è tutto, è un viaggio nell’inconscio dell’autore, nella sua necessità di esorcizzare un incontro spesso contrastato, quello col mito del cinema John Huston.
    E così in un balenare continuo di figure incredibili e profonde, di atmosfere umide ed irreali, di aneddoti concretamente inverosimili, si srotola l’esperienza di un giovane scrittore con un paese piegato dalla miseria, ma fiero e profondo; con un regista geniale e irrequieto, ma cinico e sadico.
    Soprattutto il rapporto con Huston è quello più contrastato, da un lato il giovane Bradbury ne è affascinato e sedotto, dall’altro ne è disgustato e indispettito. E così, molti anni dopo quell’esperienza Bradbury si prende la soddisfazione di scoprire i vizi maniacali di Huston, di metterli a nudo ed esaltarli ponendoli a disposizione del lettore come in una vendetta postuma.
 
 

SINOPSIS

Nel 1953, convinto da John Huston, Ray Bradbury sbarca in Irlanda per dedicarsi alla stesura della sceneggiatura di Moby Dick.
    Ma sbarcandovi egli non scopre solo il verde paese delle piogge e delle nebbie; scopre una realtà unica costituita da personaggi strani ed irripetibili, da accattoni professionisti, preti beoni, “sedotte ed abbandonate”, nobili decadenti; tutti immersi nella filosofia spicciola ed esistenzialista del Pub gestito da Herb Finn, vero fulcro e centro dell’intera storia.
 
 

ETRATTO DA VERDI OMBRE, BALENA BIANCA nella traduzione di Chiara Vatteroni
 

    “Finn, non hai mai pensato …”
    “Cerco di non farlo”.
    “Hai mai notato che la vita assomiglia a quelle maschere che si vedono nei teatri … la commedia da una parte, la tragedia dall’altra?”, dissi.
    “In effetti le ho viste al Gate prima del sipario e durante gli intervalli. E allora?”.
    “Non ti sembra che gli eventi di ogni giorno, oppure le espressioni dei visi di tutti, assomiglino a quelle maschere: cambiano a ogni ora e sempre si trasformano?”, dissi.
    “Sei troppo complicato. È semplice”.
    “Davvero?”.
    “Nei giorni buoni, quando una risata ti divide la faccia come se ti avessero colpito con un’ascia, entra dalla porta davanti del pub”.
    “E quelli cattivi?”.
    “Introduciti di soppiatto da quella sul retro, in modo che nessuno ti veda. Nasconditi nel cubicolo del filosofo, dove si allineano i doppi e i tripli whiskey”.
    “Mi ricorderò della porta sul retro, Finn”.
    “Fallo. E smetti di pensare. Serve solo ad aumentare le macerie. Recatosi una volta a Roma, mio zio è morto a causa dei ruderi. Ha visto tanti edifici rovinati che gli è preso un attacco di malinconia, è salpato per tornare a casa, è entrato di corsa dalla porta d’ingresso ed è crollato prima di raggiungere il bancone. Se solo avesse pensato di usare quella sul retro, sarebbe sopravvissuto e avrebbe bevuto ancora”.
    “Che zio era, Finn?”.
    “Te lo dico un’altra volta. Intanto, tieni a posto le mani sudaticce e smettila di tormentarti la mente. Hai mai pensato a tutti i professori d’università che sono entrati qui con il mal di testa?”.
    “Non ho mai …”.
    “I danni mentali vengono quando cerchi le risposte. Non sei d’accordo?”.
    “Mi piacerebbe esserlo, Finn”.
    “Vuoi che ti dica quello di cui hanno bisogno quei professori? Di recarsi a un funerale. Come quello a cui abbiamo appena partecipato. Sì! Dopo un sermone bello lungo e qualche bevuta ancora più lunga, sarebbero felici di essere vivi, andrebbero a casa promettendo di non leggere libri per un mese o, se ne leggessero uno, di non credere nemmeno a una parola. Torni a Dublino presto questo sera?”.
    “Sì”.
    “Allora prendi questo cartoncino. È un pub nella parte settentrionale di Grafton Street con una bella porta sul retro: lì la cura è più rapida e i risultati durano più a lungo”.
    Guardai il cartoncino. “Le Quattro Province. A Dublino c’è un pub piacevole come il tuo? Perché non me lo hai detto?”.
    “Mi piacciono le tue chiacchiere e temevo la competizione. Va’. Non è il migliore, ma andrà bene quando la domenica dura una settimana intera, da mezzogiorno al calar del sole”.
    “Le Province”, dissi, leggendo il cartoncino ad alta voce. “Quattro”.
 
 
 
 

 
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Fabrizio Mazza
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