MORTE A VENICE
Edizioni italiane: Rizzoli Libri S.p.A.1987
Titolo Originale Death Is a Lonely Busuness
 
 
 

Definire Morte a Venice un semplice romanzo giallo risulta veramente riduttivo. Certo il filo conduttore è costituito da una serie di omicidi, ma in esso si trovano spunti ben più profondi e significativi. La vera tematica è la resistenza alla solitudine, alla paura di invecchiare, della disperazione all’inevitabile caducità delle cose. Così alla fine si scoprirà che l’assassino, che appare crudele, astuto e spietato in realtà è un “omicida pietoso”, che uccide coloro che hanno perso, a suo giudizio, ogni speranza, che hanno abbandonato il mondo per rifugiarsi nella triste e decadente Venice (un quartiere di Los Angeles in fase di demolizione).
    Ma come resistere alla tentazione di cedere e quindi salvarsi dalla incombente sensazione di morte? La ricetta che ci viene suggerita è abbastanza semplice: amore e speranza nell’avvenire comunque e dovunque.
    La conclusione del romanzo potrebbe apparire un po’ scontata, ma le capacità letterarie e linguistiche di Bradbury emergono ancora una volta nella loro assoluta unicità. Le metafore ed i simbolismi che abbondano in ogni riga (veramente impressionante da questo punto di vista la descrizione della vetrina della fabbrica degli occhi di vetro che si trova di fronte all’abitazione del protagonista) nonché la galleria di personaggi, pennellata in ogni minimo dettaglio, rendono questo romanzo un eccellente esempio di letteratura universale, affrontabile e comprensibile in molti dei suoi svariati livelli interpretativi.
 
 

SINOPSIS

In una fredda e piovosa sera d’ottobre del 1949, su un tram di Venice (in California, come lo stesso autore tiene a precisare) un giovane scrittore incontra, senza neppure vederlo in volto, colui che sconvolgerà la sua esistenza. Colui che causerà la morte o la scomparsa di molti dei suoi bizzarri e stravaganti amici.
    Ognuna di queste tragedie sembra, alla polizia, attribuibile a cause del tutto accidentali o naturali, ma lui sa che non è così e con l’aiuto del detective Crumley riuscirà a svelare il mistero.
 
 

ETRATTO DA MORTE A VENICE nella traduzione di Giuseppe Lippi
 

… "Sì, li ho aiutati tutti."
    "Mio Dio" sussurrai. "Aiutati? Come?"
    Dovetti sedermi. Lui mi dette una mano e rimase in piedi davanti a me, stupito della mia debolezza, padrone della mia vita e del futuro della notte, l’uomo che aiutava la gente ammazzandola, che la liberava dalle sofferenze, la redimeva dalla solitudine, l’addormentava in modo che non dovesse più portare il suo fardello. Che, in una parola, la salvava dalla vita regalandole il trapasso.
    "Anche lei li ha aiutati" continuò, in tono ragionevole. "Lei è uno scrittore. Strano. Mi è bastato seguirla e raccogliere le cartine di dolciumi che buttava via. Sa com’è facile seguire la gente? Non si guarda mai indietro, mai. Nemmeno lei, che del resto non sapeva. Lei è stato il mio buon cane da caccia, caccia di morti, e per più tempo di quanto immagini. Oltre un anno. È stato lei ad indicarmi le persone da salvare, perché ne faceva collezione per i suoi libri. Come ghiaia sul selciato, sabbia nel vento, gusci vuoti sulla spiaggia, dadi senza numeri e carte senza semi. Niente passato, niente presente: io ho aggiunto niente futuro."
    Lo guardai perché mi stavano ritornando le forze. La tristezza era passata, per il momento. La rabbia formò dentro di me una lenta pressione.
    "Ammette tutto, allora?"
    "Perché no? È solo alito cattivo al vento. Se quando finiamo qui vuole che andiamo alla polizia, io verrò. Non esistono prove, è tutto nell’aria."
    "Non proprio" dissi. «Non ha potuto resistere alla tentazione di rubare un oggetto a ogni vittima. Quella maledetta bicocca è piena di champagne, dischi e vecchi giornali.»
    "Figlio di puttana!" gridò --- e si interruppe. Ci fu una risata rauca seguita da un ghigno. "Molto furbo. Mi sono tradito, eh?"
    Si dondolò sui talloni, riflettendo.
    "Adesso" disse "non mi resta che uccidere lei."
    Saltai in piedi: non ero particolarmente coraggioso, ma ero più alto di lui di trenta centimetri. L’ometto arretrò.
    "No," dissi "questo non lo farà."
    "E perché?"
    "Perché non può mettermi le mani addosso. Non ha messo le mani addosso a nessuno di loro. È stato fatto tutto senza sporcarsi. Adesso capisco, secondo la sua logica la gente deve farsi male da sola o distruggersi indirettamente. Ho ragione?"
    "Sicuro!" Di nuovo l’orgoglio. Dimenticò la mia presenza ed esaminò il suo brillante, glorioso passato.
    "Il vecchio alla stazione del tram. Tutto quello che ha fatto è stato procurargli una sbronza, poi gli ha fatto battere la testa sul bordo del canale e si è assicurato che cadesse nella gabbia del leone."
    "Giusto!"
    "Signora dei canarini. È bastato entrare in camera sua e fare un po’ di smorfie."
    "Giusto!"
    "Sam. Gli ha dato tanto liquore che è finito all’ospedale."
    "Giusto!"
    "Jimmy. Ha fatto in modo che si ubriacasse tre volte più del normale e non ha nemmeno dovuto spingerlo a faccia in giù. Ci ha pensato da solo, ad affogarsi."
    "Giusto!"
    "Pietro Massinello. Ha scritto alle autorità dicendo di venire a prendere lui e i suoi cani, gatti e uccelli. Se non è già morto, lo sarà fra poco."
    "Giusto!"
    "Cal il barbiere, naturalmente."
    "Ho rubato la testa di Scott Joplin" ammise ---.
    "Così Cal, spaventato, ha lasciato la città. John Wilkes Hopwood, col suo immenso ego: gli ha scritto usando la carta da lettera di Costance Rattigan e l’ha spinto a presentarsi nudo sulla spiaggia, ogni notte. Per mettere paura a Costance, sperando che affogasse?"
    "Certo"
    "Poi si è liberato di Hopwood facendogli sapere che l’aveva visto sulla spiaggia la notte in cui Costance sparì. Non contento aggiunse una lettera d’insulti fra le più sporche che abbia mai letto."
    "Lui era sporco."

……

"… Io l’ho trovata, ed ecco come sono risalito fino a lei. Non ho nessuna intenzione di essere il prossimo della lista. O ha altri piani?"
    "Li ho."
    "Io non sarò il prossimo, e vuole sapere il perché? Per due ragioni. Innanzitutto non sono un Solitario: non sono un fallito, non ho perso. Io ce la farò, sarò felice. Mi sposerò e avrò una buona moglie e bambini. Scriverò libri bellissimi e verrò amato. Questo non rientra nel suo schema. Non può uccidermi, stupido mostro, perché io sono okay. Lo vede? Vivrò sempre. In secondo luogo non può mettermi addosso neanche un dito. Nessuno è mai stato toccato da lei. Se mi toccasse, rovinerebbe il suo record. Ha provocato la morte di tutta quella gente con due soli mezzi: la paura e l’intimidazione. Ma se adesso cercherà di fermarmi mentre vado alla polizia dovrà commettere un vero omicidio, razza di bastardo."
    Mi incamminai con lui che mi seguiva nella più completa confusione. Mi toccava quasi i gomiti perché gli dessi retta.
    "Ha ragione, ha ragione. Un anno fa l’ho quasi ammazzata, ma poi ha cominciato a vendere racconti alle riviste e ha incontrato quella ragazza; così ho deciso che mi conveniva seguirla invece che ammazzarla, e collezionare gente come lei. È cominciata quella notte sul tram, con me ubriaco. Lei era così vicino che avrei potuto allungare una mano per toccarla. E la pioggia cadeva, e se lei si fosse girato, ma non lo fece, mi avrebbe visto e avrebbe saputo chi ero. Ma neanche questo accadde, e …"
 
 

 

 
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Fabrizio Mazza
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