L’ESTATE INCANTATA
Edizioni italiane: Oscar Mondadori 1985
I Gabbiani, Mondadori 1991
I Libri dell'Unità 1993
Titolo originale Dandelion Wine
 
 
 

Come altri romanzi scritti da Bradbury, anche questo nasce dalla fusione e dalla integrazione di diversi racconti inizialmente concepiti come a sé stanti (Illumination 1957; Dandelion Wine 1953; The Season of Sitting 1951; The Night; The Lawns of Summer 1952; The Happiness Machine; Season of Disbelief 1950; The Last, the Very Last 1955; The Green Machine 1951; The Trolley 1955; Statues 1957; The Window 1950; The Swan 1954; The Whole Town's Sleeping 1950; Good-by, Grandma 1957; Dinner at Dawn 1954 ed altri), ma che alla fine si integrano in un unico, anche se non sempre armonico, insieme.
  Il romanzo, palesemente autobiografico, concentra la sua attenzione su uno dei momenti più critici che ogni persona affronta nella vita: il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.
  Le immagini ed il tono del racconto sembrano suggerire il desiderio di rivivere emozioni e situazioni che hanno segnato la vita. L’atmosfera sognante che pervade il tutto contribuisce a dare la sensazione di rimpianto, di un passato anelato senza speranza. In realtà, ad una lettura più disincantata, appare come l’intenzione dell’autore non sia questa. Piuttosto sembra che egli abbia voluto profittare della propria esperienza personale per illustrare, come in un grande affresco contemporaneo, che sia i piccoli passi che i grandi balzi sono necessari per raggiungere la maturità, per soddisfare la pulsione al futuro.

  Infine una curiosità: le opere di Bradbury sono state onorate in vari modi, ma probabilmente la più originale la detiene questo libro; infatti un astronauta della missione Apollo ha battezzato come Dandelion un cratere che si trova sulla superfice lunare.

 

SINOPSIS

Cosa può succedere nel breve arco di una estate? Niente che valga la pena di essere raccontato se è una estate come tante! Ma se si tratta di una estate magica possono accadere molte cose, e meravigliose. Così è per Douglas Spaulding, ragazzino di 12 anni: a partire dal giugno 1928 conoscerà molte cose sul significato del mondo che lo circonda, sui desideri che nascono e muoiono, sul senso dei sentimenti, sulla piccole gioie quotidiane e sulle emozioni irripetibili.
  Il ragazzo che si congederà dall’estate 1928 non sarà più il bambino che l’accolse.

 

ESTRATTO DA L’ESTATE INCANTATA nella traduzione di Giuseppe Lippi
 

Era una mattina tranquilla e la città era ancora avvolta nel buio, infilata a letto. Il tempo diceva che era estate: il vento aveva quel certo tocco e il respiro del mondo era lungo, caldo e lento. Bastava alzarsi e sporgersi dalla finestra per sapere che quello era il primo giorno di libertà e di vita, il primo mattino d’estate.
  Douglas Spaulding, dodici anni, appena sveglio, lasciò che l’estate lo cullasse nel flusso pigro dell’alba. Coricato nella stanzetta del terzo piano, col tetto della torre sopra di lui, Douglas si sentiva forte in quella stanza alta che cavalcava il vento di giugno, nella torre più imponente della città. Di sera, quando gli alberi si mescolavano in un’unica ombra, lui scoccava le sue occhiate in tutte le direzioni, come dall’alto di un faro, sull’oceano di olmi, querce e aceri mossi dal vento. E ora…
  "Ragazzi!" sussurrò Douglas.
  Aveva un’intera estate davanti a lui, un’intera estate da cancellare dal calendario, giorno per giorno. Gli sembrava di essere la dea Siva che aveva visto nei libri di viaggio, gli sembrava di avere anche lui cento mani con cui avrebbe raccolto mele acerbe e pesche, e naturalmente uva passa. Per vestiti avrebbe avuto gli alberi, i cespugli e i fiumi. Avrebbe gelato, volentieri, davanti alla porta del magazzino del ghiaccio, spiando la brina all’interno; e si sarebbe arrostito, con gioia, insieme ai diecimila polli della cucina della nonna.
  Per il momento, tuttavia… lo aspettava un esercizio familiare.
  Una volta alla settimana gli permettevano di lasciare papà, nonna e suo fratello minore Tom nella casetta attigua e di salire nella piccola torre che sovrastava la casa dei nonni, alla quale si accedeva per la lunga scala a chiocciola che lui faceva sempre di corsa, al buio. E in quella torre degna d’uno stregone si addormentava tra lampi e visioni, per risvegliarsi al mattino al tintinnio di cristallo delle bottiglie di latte. Allora bisognava compiere il rituale magico.
  Si alzò, andò alla finestra e inspirò a pieni polmoni. Poi soffiò.
  I lampioni stradali si spensero come candele su una torta nera. Soffiò ancora, e ancora, e cominciarono a sparire le stelle.
  Douglas sorrise e puntò il dito.
  Là, e poi là. Ora qui…
  Rettangoli gialli si disegnarono sul vago terreno del mattino mentre nelle case accendevano delle luci. E un grappolo di finestre brillò all’improvviso a chilometri di distanza, nella campagna immersa nell’alba.
  "Tutti sbadigliano. E tutti si alzano."
  Sotto di lui la grande casa si stiracchiò.
  "Nonno prendi la dentiera dal bicchiere!" attese un tempo ragionevole, poi: "Nonna, bisnonna, friggete le frittelle!"
  Il caldo aroma della pastella fritta si diffuse nei gelidi corridoi per svegliare i pensionanti, le zie, gli zii, i cugini in visita e tutti quanti.
  "Strada dove abitano i Vecchi, svegliati! Signorina Hellen Loomis, colonnello Freeleigh, signorina Bentley! Tossite, alzatevi, prendete le medicine, cominciate a muovervi! Signor Jonas, attacchi il cavallo, cominci a portare in giro il carretto!"
  Le ville buie al di là del crepaccio che divideva la città spalancarono i loro maligni occhi di drago. Fra poco, nelle strade del mattino, due vecchie signore avrebbero pilotato una Macchina Verde elettrica, facendo segno a tutti i cani di scostarsi. "Signor Tridden, corra alla rimessa!" Fra poco, sovrastato da un nugolo di scintille azzurre, il tram cittadino sarebbe salpato per le vie pavimentate in rosso.
  "John Huff, Charlie Woodman, siete pronti?" sussurrò Douglas in direzione della Strada dei Ragazzi. "Pronti!" a lanciare le palle da baseball nei prati umidi, a sedere sulle altalene che aspettavano, vuote, in mezzo agli alberi.
  "Mamma, papà, Tom, svegliatevi."
  Cominciarono a suonare le sveglie. L’orologio del municipio rimbombò. Gli uccelli si lanciarono dagli alberi come una rete che Douglas avesse gettato. E lui, direttore d’orchestra, li sentì cantare ed indicò il cielo a oriente.
  Il sole spuntò dietro l’orizzonte.
  Douglas si mise a braccia conserte e sorrise del sorriso di un mago. Sissignori, pensò, tutti saltano, tutti corrono quando io comando. Sarà una bella estate.
  Rivolse alla città un ultimo schiocco delle dita.
  Le porte delle case si spalancarono e la gente si affrettò ad uscire.
  Cominciò l’estate del 1928. ...
 

 
 
 
 
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Fabrizio Mazza
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