
Come altri romanzi scritti da Bradbury,
anche questo nasce dalla fusione e dalla integrazione di diversi racconti
inizialmente concepiti come a sé stanti (Illumination
1957; Dandelion Wine
1953; The
Season of Sitting 1951; The
Night; The
Lawns of Summer 1952; The
Happiness Machine; Season
of Disbelief 1950;
The Last, the Very Last
1955; The
Green Machine 1951; The
Trolley 1955;
Statues
1957; The Window
1950; The Swan
1954; The
Whole Town's Sleeping 1950;
Good-by, Grandma
1957; Dinner
at Dawn 1954
ed altri), ma che alla fine si integrano in un unico, anche se non sempre
armonico, insieme.
Il romanzo, palesemente
autobiografico, concentra la sua attenzione su uno dei momenti più
critici che ogni persona affronta nella vita: il passaggio dall’infanzia
all’adolescenza.
Le immagini ed il tono del
racconto sembrano suggerire il desiderio di rivivere emozioni e situazioni
che hanno segnato la vita. L’atmosfera sognante che pervade il tutto contribuisce
a dare la sensazione di rimpianto, di un passato anelato senza speranza.
In realtà, ad una lettura più disincantata, appare come l’intenzione
dell’autore non sia questa. Piuttosto sembra che egli abbia voluto profittare
della propria esperienza personale per illustrare, come in un grande affresco
contemporaneo, che sia i piccoli passi che i grandi balzi sono necessari
per raggiungere la maturità, per soddisfare la pulsione al futuro.
Infine una curiosità: le opere di Bradbury sono state onorate in vari modi, ma probabilmente la più originale la detiene questo libro; infatti un astronauta della missione Apollo ha battezzato come Dandelion un cratere che si trova sulla superfice lunare.
SINOPSIS
Cosa può succedere nel breve
arco di una estate? Niente che valga la pena di essere raccontato se è
una estate come tante! Ma se si tratta di una estate magica possono accadere
molte cose, e meravigliose. Così è per Douglas Spaulding,
ragazzino di 12 anni: a partire dal giugno 1928 conoscerà molte
cose sul significato del mondo che lo circonda, sui desideri che nascono
e muoiono, sul senso dei sentimenti, sulla piccole gioie quotidiane e sulle
emozioni irripetibili.
Il ragazzo che si congederà
dall’estate 1928 non sarà più il bambino che l’accolse.
ESTRATTO DA L’ESTATE
INCANTATA nella traduzione
di Giuseppe Lippi
Era una mattina tranquilla e la
città era ancora avvolta nel buio, infilata a letto. Il tempo diceva
che era estate: il vento aveva quel certo tocco e il respiro del mondo
era lungo, caldo e lento. Bastava alzarsi e sporgersi dalla finestra per
sapere che quello era il primo giorno di libertà e di vita, il primo
mattino d’estate.
Douglas Spaulding, dodici
anni, appena sveglio, lasciò che l’estate lo cullasse nel flusso
pigro dell’alba. Coricato nella stanzetta del terzo piano, col tetto della
torre sopra di lui, Douglas si sentiva forte in quella stanza alta che
cavalcava il vento di giugno, nella torre più imponente della città.
Di sera, quando gli alberi si mescolavano in un’unica ombra, lui scoccava
le sue occhiate in tutte le direzioni, come dall’alto di un faro, sull’oceano
di olmi, querce e aceri mossi dal vento. E ora…
"Ragazzi!" sussurrò
Douglas.
Aveva un’intera estate davanti
a lui, un’intera estate da cancellare dal calendario, giorno per giorno.
Gli sembrava di essere la dea Siva che aveva visto nei libri di viaggio,
gli sembrava di avere anche lui cento mani con cui avrebbe raccolto mele
acerbe e pesche, e naturalmente uva passa. Per vestiti avrebbe avuto gli
alberi, i cespugli e i fiumi. Avrebbe gelato, volentieri, davanti alla
porta del magazzino del ghiaccio, spiando la brina all’interno; e si sarebbe
arrostito, con gioia, insieme ai diecimila polli della cucina della nonna.
Per il momento, tuttavia…
lo aspettava un esercizio familiare.
Una volta alla settimana
gli permettevano di lasciare papà, nonna e suo fratello minore Tom
nella casetta attigua e di salire nella piccola torre che sovrastava la
casa dei nonni, alla quale si accedeva per la lunga scala a chiocciola
che lui faceva sempre di corsa, al buio. E in quella torre degna d’uno
stregone si addormentava tra lampi e visioni, per risvegliarsi al mattino
al tintinnio di cristallo delle bottiglie di latte. Allora bisognava compiere
il rituale magico.
Si alzò, andò
alla finestra e inspirò a pieni polmoni. Poi soffiò.
I lampioni stradali si spensero
come candele su una torta nera. Soffiò ancora, e ancora, e cominciarono
a sparire le stelle.
Douglas sorrise e puntò
il dito.
Là, e poi là.
Ora qui…
Rettangoli gialli si disegnarono
sul vago terreno del mattino mentre nelle case accendevano delle luci.
E un grappolo di finestre brillò all’improvviso a chilometri di
distanza, nella campagna immersa nell’alba.
"Tutti sbadigliano. E tutti
si alzano."
Sotto di lui la grande casa
si stiracchiò.
"Nonno prendi la dentiera
dal bicchiere!" attese un tempo ragionevole, poi: "Nonna, bisnonna, friggete
le frittelle!"
Il caldo aroma della pastella
fritta si diffuse nei gelidi corridoi per svegliare i pensionanti, le zie,
gli zii, i cugini in visita e tutti quanti.
"Strada dove abitano i Vecchi,
svegliati! Signorina Hellen Loomis, colonnello Freeleigh, signorina Bentley!
Tossite, alzatevi, prendete le medicine, cominciate a muovervi! Signor
Jonas, attacchi il cavallo, cominci a portare in giro il carretto!"
Le ville buie al di là
del crepaccio che divideva la città spalancarono i loro maligni
occhi di drago. Fra poco, nelle strade del mattino, due vecchie signore
avrebbero pilotato una Macchina Verde elettrica, facendo segno a tutti
i cani di scostarsi. "Signor Tridden, corra alla rimessa!" Fra poco, sovrastato
da un nugolo di scintille azzurre, il tram cittadino sarebbe salpato per
le vie pavimentate in rosso.
"John Huff, Charlie Woodman,
siete pronti?" sussurrò Douglas in direzione della Strada dei Ragazzi.
"Pronti!" a lanciare le palle da baseball nei prati umidi, a sedere sulle
altalene che aspettavano, vuote, in mezzo agli alberi.
"Mamma, papà, Tom,
svegliatevi."
Cominciarono a suonare le
sveglie. L’orologio del municipio rimbombò. Gli uccelli si lanciarono
dagli alberi come una rete che Douglas avesse gettato. E lui, direttore
d’orchestra, li sentì cantare ed indicò il cielo a oriente.
Il sole spuntò dietro
l’orizzonte.
Douglas si mise a braccia
conserte e sorrise del sorriso di un mago. Sissignori, pensò, tutti
saltano, tutti corrono quando io comando. Sarà una bella estate.
Rivolse alla città
un ultimo schiocco delle dita.
Le porte delle case si spalancarono
e la gente si affrettò ad uscire.
Cominciò l’estate
del 1928. ...
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Fabrizio Mazza
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