LA FOLLIA È UNA BARA DI CRISTALLO
Edizioni italiane: Rizzoli 1990;
Biblioteca del brivido, Rizzoli 1995.
Titolo originale A Graveyard for Lunatics
(anther tale of two cities)
 

 

Il punto di partenza di Bradbury è una citazione dickensiana tant’è vero che il sottotitolo del romanzo è "Un’altra storia di due città": le due città sono le due anime di Los Angeles, che vivono una dentro l’altra, inconsapevolmente. Quella reale, quotidiana, e quella notturna completamente fittizia o meglio virtuale, che vive dentro gli studi cinematografici di Hollywood quando l’attività del set è terminata. Nella notte Hollywoodiana tutto può accadere: orrori, incubi e misteri irrisolti si moltiplicano in una fantasmagoria priva di filo conduttore tranne quella fantastica.
    In questo romanzo si può ritrovare il modo classico di scrivere che appartiene a Bradbury: caratteri estremamente eccentrici, souspance e un sentire nostalgico sono brillantemente tradotti in un romanzo.

 

SINOPSIS

La notte di Halloween del 1954 un giovane commediografo (che ha appena firmato un contratto per il copione di un film con un grande studio cinematografico) riceve un biglietto per un appuntamento in un cimitero che sorge vicino ai teatri di posa: il biglietto è completamente anonimo. Decide comunque di recarsi all’ora fissata nel posto indicato, ma all’appuntamento trova un cadavere su una scaletta, fermo, come congelato, nella posizione di chi sta salendo. Da qui parte una storia strana ed onirica, in cui si muovono personaggi paradossali come un attore che per trentatré anni ha interpretato il ruolo di Gesù, un fanatico collezionista di autografi, un bizzarro ed irrequieto creatore di effetti speciali, una diva di un tempo non molto lontano e …

 

ESTRATTO DA LA FOLLIA È UNA BARA DI CRISTALLO nella traduzione di Andrea Terzi

… "G.C." invocai, oramai frenetico. "Stanno aspettando al teatro di posa 7! È questa la mia altra paura. Fritz sta dando fuori di matto!"
    "Lascia che aspettino."
    "Cristo era puntuale, però! Il mondo chiamava. E Lui venne!"
    "Non crederai mica a tutte quelle panzane?"
    "Sì!" E restai attonito per la veemenza con cui scagliavo quel monosillabo contro le sue gambe fino alla sua testa incoronata di spine.
    "Sciocco!"
    "No, non sono uno sciocco." Cercai di pensare a cosa Fritz avrebbe detto se fosse stato lì, ma c’ero soltanto io, quindi mi lanciai:
    "Noi arrivammo, G.C. Noi poveri sciocchi esseri umani. Ma se ad arrivare siamo state noi o è stato Cristo, non fa differenza. Il mondo, oppure Dio, aveva bisogno di noi, per vedere il mondo e conoscerlo. Così noi arrivammo! Ma ci mescolammo assieme, dimenticando quanto incredibili fossimo, e non potemmo perdonare a noi stessi d’aver fatto un tale caos. Allora arrivò Cristo, dopo di noi, per dirci ciò che avremmo dovuto sapere: perdonare. Perdonate e proseguite col vostro lavoro. Quindi, la venuta di Cristo è esattamente la nostra venuta che si ripete. E abbiamo continuato ad arrivare per duemila anni ormai, sempre più numerosi, sempre più incalzati dall’esigenza di perdonare noi stessi. Sarei imbalsamato per l’eternità se non riuscissi a perdonare me stesso di tutte quelle cose idiote che ho fatto in vita mia. In questo preciso momento, sei su un albero, odiandoti, e quindi te ne stai inchiodato su una croce, perché sei un guitto, un istrione che si autocommisera, porcino e rincoglionito. E adesso, vedi di scendere da lì, prima che venga su a morderti le luride caviglie!".
    Dall’alto venne un suono, come di foche che abbaiassero nella notte. La testa rovesciata all’indietro, G.C. immagazzinava aria per alimentare la sua ilarità.
    "Un’anima di allocuzione per un codardo!"
    "Non cercare di spaventarmi, buffone! Bada a te, Gesù nonché Cristo!"
    Avvertii sulla guancia una goccia di pioggia, una sola.
    No, mi toccai la gota, assaggiai la punta del dito. Sale.
    Sopra di me, G.C. si chinò in avanti.
    "Santi numi." Era sinceramente stupefatto. "Ti importa tanto?!"
    "Maledettamente tanto. E se me ne vado io, arriverà Fritz Wong col suo frustino!"
    "Non temo la sua venuta. Solo la tua presenza."
    "Bene, allora! Scendi. Fallo per me!"
    "Per te?!" esclamò, dolcemente.
    "Tu che sei in alto. Che vedi al teatro di posa 7?"
    "Del fuoco, mi pare. Sì."
    "È il letto di carboni accesi, G.C." Mi protesi a toccare la base della croce, cercando di far arrivare ciò che vedevo, in tono sommesso, alla figura che stava in cima, con la testa sollevata. "E la notte è quasi al termine, e dopo che Simone ha chiamato Pietro che, sulla sabbia, assieme a Tommaso, Marco e Luca e tutti gli altri, venga allo strato su cui i pesci vanno arrostendo. La…"
    "… Cena dopo l’Ultima Cena" mormorò G.C., alto contro le costellazioni d’autunno. Potevo scorgere Orione dietro la sua spalla. "Tu l’hai fatto?"
    Lo sentii scuotersi. Proseguii sottovoce. "Questo e anche di più! Ho confezionato anche il vero finale, per te, mai filmato prima. L’Ascensione."
    "Quella è impossibile" mormorò G.C.
    "Ascolta."
    E dissi: …

 

 

 
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Fabrizio Mazza
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