IL
MAGO DELLA FANTASCIENZA Ray Bradbury ha scritto trenta libri (tutti ancora
in circolazione), venti commedie, due musical, dodici libri di poesie,
tre raccolte di saggi, una mezza dozzina di sceneggiature cinematografiche
e almeno cinquecento brevi racconti. Per Bradbury, la scrittura e la letteratura,
anche nella versione cinema, sono la vita. «Non
credo di sapere cosa sia il blocco dello scrittore, non l’ho mai avuto»,
dice, ricevendoci nella sua casa di Cheviot Hills, a Los Angeles, nella
sua tenuta preferita: maglietta, calzoncini corti e scarpe da jogging,
che abbandona solo raramente. «La
mia macchina da scrivere viene con me ovunque io vada. Mi alzo alle tre
del mattino ogni giorno, vado alla tastiera, mi faccio due risate e torno
a letto». Impiega due ore a scrivere
una poesia, mezza giornata a finire un breve racconto, nove giorni per
un romanzo. Dal primo giorno in cui ha scritto un racconto, all’età
di dodici anni, non si è mai fermato. Le
cronache marziane, L’uomo illustrato, Fahrenheit 451, Le auree mele del
sole, Il popolo dell’autunno, Molto dopo mezzanotte, Omicidi di annata:
questi sono alcuni dei classici di cui è autore. A settantanove
anni rimane, come il critico di fantascienza Damon Knight lo ha chiamato,
«il poeta delle nevrosi del ventesimo
secolo... l’isolato lume della coscienza... il bambino cresciuto che ancora
crede». Recentemente ha pubblicato
una collezione di racconti, Driving Blind, e un nuovo romanzo,
Dust Returned. Parliamo del millenarismo e del secolo che
si sta chiudendo. Un assunto sbagliato in partenza, secondo Bradbury.
Perché?
«Perché
il nuovo secolo non comincia fino al primo gennaio 2001, il 31 dicembre
1999 è la data sbagliata. Il fatto è che la gente non pensa.»
Parliamo
però di questo secolo che comunque si sta avviando alla fine.
«Penso
che questo è stato il secolo più indaffarato nella storia
del mondo. È successo tutto in questo secolo: l’invenzione del volo,
dell’automobile, la proliferazione degli aeroplani e delle macchine, l’invenzione
dei carri armati che hanno eliminato la guerriglia da trincea, l’invenzione
della battaglia aerea, della bomba atomica, delle autostrade che non esistevano
all’inizio del secolo, e che hanno portato la gente a circolare dappertutto.
Per la prima volta grazie all’aeroplano milioni di persone sono in aria
ogni giorno andando in qualche altra parte del mondo. L’impatto di tutte
queste tecnologie su di noi è stato incredibile. Ci ha colto di
sorpresa per via della bomba atomica, che ha spinto la Russia a non invadere
oltre l’Europa. La bomba atomica ci ha permesso di tenerla a bada almeno
fino a quando siamo riusciti a farle capire che noi avevamo un sistema
migliore. Sette, otto anni anni fa ho pranzato con Gorbaciov a Washington,
insieme a Ted Turner e altra gente, e gli ho chiesto cosa pensasse dell’allora
presidente Reagan. Lui mi ha risposto: «è il vostro più
grande presidente». Gli ho chiesto: «perché dice questo?»,
e lui ha risposto: «perché è l’unico ad aver suggerito
di buttar giù il Muro. Nessun altro presidente l’ha mai detto. Nixon
non l’ha mai detto, Johnson non l’ha mai detto», e diceva questo
con convinzione. L’aver convinto i russi a buttare giù il Muro è
stata una delle più grandi cose di questo secolo, perché
i russi erano dieci volte più cattivi di Hitler e hanno ammazzato
venti volte più gente di Hitler. Stalin ha ammazzato settanta, ottanta
milioni di persone, eppure nessuno lo controllava. Era molto intelligente
e scaltro e da bravo russo faceva tutto dietro le quinte.»
E
qual è la sua opinione su questo secolo dal punto di vista artistico?
«Se
parliamo di pittura, dopo il 1920, 1930 la sua storia non è nulla,
un completo zero. Le uniche eccezioni, a mio avviso, sono nel campo dei
cartoni animati, specialmente quelli della Disney. L’anno scorso ero a
New York e sono andato a vedere una mostra di Jasper Johns al Museo di
Arte Moderna, il MoMA. Era solo una grande montagna di robaccia. Cento
quadri terribili, nessuno che valesse la pena di vedere. E pensare che
lui vende quella roba per un milione di dollari al pezzo. Poi sono andato
al Metropolitan Museum e ho visto una retrospettiva di Winslow Homer, che
dipingeva fino al 1910, 1920. Incredibile. I suoi panorami marini sono
fantastici, mi avevano così eccitato che sono tornato di corsa in
albergo, ho preso mia moglie e le ho detto, «devi venire a vedere
questa mostra perché Homer è uno dei grandi geni nella pittura
americana. È alla pari con i più grandi pittori europei degli
ultimi duecento anni, con Delacroix o uno qualsiasi dei tuoi pittori favoriti
francesi o europei». Ma è stata l’ultima volta in cui un pittore
americano, o europeo, ha fatto qualcosa di così grandioso. Anche
Picasso è andato giù per la china dopo il 1910, 1915. Oggi
c’è molto poco da guardare. Nella storia dell’arte della modernità,
Ottocento incluso, per vedere delle belle cose devi andare sulle illustrazioni:
io, per esempio, adoro alcuni francesi, tra cui soprattutto Grandville
e Honoré Daumier.»
Può
dire la stessa cosa negli altri campi artistici?
«Ne
sono convinto. È successo con la poesia, con i brevi racconti, con
le commedie. Cerchiamo di convincerci che tutti sono poeti, mentre non
è affatto vero. È la stessa sindrome per cui abbiamo cercato
di convincerci che ogni bambino è un artista, che ogni bambino è
un poeta o un musicista, mentre non è affatto vero. Non vogliamo
che nessuno competa con nessun altro e così facendo abbiamo ottenuto
un secolo di mediocrità in tutte le arti. La poesia non è
più poesia, non si può leggere. È tutta schifezza.
Il New Yorker una volta era una rivista di grande poesia. Negli ultimi
vent’anni hanno fatto ben poco, forse una volta ogni due mesi pubblicano
una poesia decente.»
Questo
è stato però il secolo di Hemingway e di Calvino. Fa di tutta
la letteratura un fascio?
«Non
ho potuto tenermi al corrente di tanta letteratura straniera, e nemmeno
americana, sono troppo occupato a scrivere. Mi sembra che la miglior letteratura
sia stata quella di fantascienza, che è il mio campo e che è
piena di metafore. È l’essenza della vita. Il romanzo medio americano
non vale niente, e non esiste più da anni. Hemingway è morto
da trentacinque anni, Steinbeck è morto da tanto tempo, lo stesso
vale per Faulkner e Scott Fitzgerald: loro sì, scrivevano grande
letteratura. Norman Mailer, per esempio, non vale granché. La fantascienza
è la più valida, non a caso quando sono arrivati i film di
fantascienza, così pieni di immaginazione e di metafore, tutto è
cambiato. La trilogia di Guerre Stellari: quelli sì che sono
film! E attraverso 2001 Odissea nello spazio i ragazzini hanno conosciuto
la mu-sica classica, hanno sentito Strauss e sono entrati nei negozi di
musica a chiedere Strauss, e poi sono entrati nelle gallerie d’arte e hanno
visto i poster di Gustave Doré, che è uno dei più
grandi illustratori degli ultimi centocinquanta anni, io lo colleziono
da quando ero al liceo.»
Perché
la fantascienza ha successo?
«Ogni
giovane, ma mi ci metto anche io, vuole vivere per sempre, in un modo o
nell’altro, attraverso la letteratura, i nostri sogni, e riesce a farlo
in gran parte grazie ai film di fantascienza, agli autori di fantascienza,
alle loro metafore. I preraffaelliti amavano il mito, e ora li stiamo riscoprendo.
Prendevano in prestito i loro miti e leggende dalla Bibbia, dal Nuovo Testamento,
dalle storie mitologiche di Sigfrido. Viaggiavano con l’immaginazione nel
passato. Mentre Picasso non ha idee, è solo tecnica, per quanto
in parte geniale. Bracque non ha niente, tutto meraviglioso astratto. La
frutta di Cézanne è bellissima, adoro Van Gogh, ma non ci
sono idee in nessuno di questi lavori. Prendiamo pure gli impressionisti:
Manet, Monet, Renoir: è un lavoro incredibile, però privo
di riferimenti mitici.»
Invece
la fantascienza...
«Il
problema con la fantascienza è che ormai si occupa solo di scienza
impazzita, e la scienza e la tecnologia sono collegate a ogni singolo problema
che abbiamo. Invece la fantascienza deve nascere da un sogno. La fantascienza
sogna il futuro e ne fa una mappa, ma poi devi costruire quel sogno e viverci.
La bomba a idrogeno fino a oggi ha salvato più persone di quante
ne abbia uccise. Ha fermato una infinità di guerre. Invece i computer
e Internet sono stupidi. Dicono che servono a educarci, ma non è
vero. Le biblioteche educano, se le frequenti. Non i computer.»
Sta
dicendo forse che la fantascienza ha contribuito a costruire il futuro
tecnologico in cui viviamo?
«Sì,
siamo stati noi a fare tutto per primi. Io ho immaginato la radio Walkman
nel mio romanzo Fahrenheit 451, quarantotto anni fa. Quindici anni
fa i giapponesi si sono presentati nel mio ufficio con una radio Walkman,
me l’hanno messa all’orecchio e hanno detto, «Fahrenheit 451,
Fahrenheit 451!». Avevano letto il libro e hanno inventato
quell’aggeggio. Sempre in quel libro, quarantotto anni fa, avevo predetto
la storia della televisione. Avevo predetto che saremmo stati tutti prigionieri
dei telegiornali locali che sono completamente distruttivi. Stupri, omicidi,
funerali, Aids, violenza. Non c’è nulla di buono nei telegiornali
locali. Vogliono sensazionalizzare tutto. Ti danno storie in quindici secondi
che sono completamente prive di informazioni, completamente stupide.»
Quali sono a suo avviso i più importanti libri di fantascienza in questo secolo? «Naturalmente i miei, innanzitutto! Poi i libri di Robert Heinlein, che ha cominciato a pubblicare negli anni Quaranta, e che hanno esercitato una grande influenza su tutti noi. Robert era un mio amico. L’ho incontrato quando avevo diciannove anni e lui ne aveva trentadue. È stato lui a vendere a una rivista il mio primo racconto. Heinlein ha umanizzato la fantascienza più di chiunque altro. La fantascienza di Giulio Verne era umana; H. G. Wells affrontò aspetti umanistici, ma era molto più cinico sull’umanità. Ma è solo a partire da Heinlein e gente come lui o come me, che ero suo allievo, che abbiamo cominciato a umanizzare, ad affrontare i veri problemi: cosa facciamo con un eroe televisivo? cosa facciamo con questi computer? cosa facciamo con un sistema educativo che non funziona? Infila queste cose in una storia e vedrai che brividi dai alla gente! Non pontificare, insegna con l’esempio, fai qualcosa che qualcuno possa voler imitare. Incontri ravvicinati del terzo tipo è un buon esempio di un film che ha qualcosa da dire sull’universo, sull’umanità terrestre, su visitatori da un altro mondo, che è qualcosa di paragonabile a quell’immagine della Cappella Sistina in cui Dio stende la mano attraverso l’universo e trova un contatto con la mano di Adamo allungata verso la sua. Il nostro rapporto con l’universo, il motivo della nostra esistenza: quel film ti dà le risposte, e ti fa uscire appagato. Ha dei difetti, ma il risultato generale è incredibile. Tempo fa ho organizzato un programma nel Teatro di Pasadena (un quartiere di Los Angeles - ndr) chiamato Testimonia e Celebra. Testimonia l’universo, testimonia il miracolo, testimonia il fatto che siamo qui e abbiamo una funzione. A cosa serve avere un universo o un mondo o un’umanità se non lo notiamo e non lo celebriamo? Abbiamo celebrato in modo massiccio i viaggi nello spazio e sulla Luna, e ora dobbiamo andare su Marte per sollevare lo spirito dell’umanità in ogni Paese, a prescindere dalla sua situazione economica. Così io scrivo racconti che celebrano la vita, il fatto che ti svegli al mattino e guardi l’aria ferma dell’alba e i fiori nel giardino e il tuo cane o il gatto, o tua moglie o marito e i tuoi figli e i tuoi amici e sei felice per il dono della vita. Il senso della vita è la vita. La vista, l’udito, l’odorato, i sensi: la vita è un miracolo, e se non ne sei consapevole ogni giorno della tua vita non sei vivo. È di questo che dobbiamo scrivere: la buona fantascienza affronta il modo in cui celebriamo l’universo.»
È
cambiata molto, dunque, la fantascienza dall’inizio del secolo a oggi?
«Oggi
c’è troppa fantascienza magica, troppa fantasia, ci sono troppi
draghi e castelli, troppi re Artù nel 2900! Guerre Stellari è
Re Artù e il Mago di Oz, e tutto questo è molto divertente,
ma poco di più. C’è un tocco di buddismo zen nell’Impero
colpisce ancora, quando l’insegnante dice a Luke Skywalker: «Non
devi cercare di fare, devi fare, dimenticando quello che stai facendo».
Federico Fellini, che diventò un mio grande amico venti anni fa
a Roma, quando abbiamo passato una fantastica settimana insieme, mi ha
detto una cosa che è diventata il centro della mia vita. «Non
dirmi quello che sto facendo, non voglio saperlo. Fai il tuo lavoro, fallo
tutti i giorni, non badare a quello che fai, si risolverà da solo».
Se hai un talento, ti guarderai indietro alla fine di una settimana, di
un mese, di un anno, e vedrai quello che hai fatto. Lascia che la tua intuizione
prevalga, lascia creare alla musa.»
Qual
è allora l’esempio di una buona fantascienza in questo secolo?
«Mi
dispiace, sono io. Asimov ha molto talento ma è terribilmente asciutto,
anche se non ho letto abbastanza per poterne essere certo. Mi sembra sia
rimasto ancorato a soggetti scientifici e asciutti, non so nemmeno quanto
fosse umano.»
E
Giulio Verne?
«Giulio
Verne era incredibile. È stato il grande maestro, interessato a
tutte queste macchine, è andato in Scozia e ha visto come costruivano
le grandi navi di ferro. È volato sopra Parigi in un pallone cenando
con le sue ragazze, almeno spero. Era un gran dongiovanni, e ha contribuito
a cambiare il mistero del mondo. Tanti astronauti sono cresciuti con Verne
più che con Wells perché Wells era così negativo.
E la gente è cresciuta anche con me, perché anch’io do speranze
che non sono false.»
Ma
lei non scrive molta fantascienza.
«No,
non l’ho mai scritta, è un’etichetta che mi hanno appiccicato e
basta. La fantascienza c’è, ma Le cronache marziane è
una fantasia. È una fantasia basata sui miti romani, greci ed egiziani.
C’è un solo racconto di fantascienza in tutto il libro. L’altra
fantascienza che ho scritto è Fahrenheit 451: tutto quello
che è nel libro è completamente possibile e sta succedendo
adesso davanti ai nostri occhi. La fantascienza deve essere possibile,
la fantasia è l’arte dell’impossibile. Se fai camminare la gente
attraverso i muri, è fantasia. Se scrivi fantascienza devi disintegrare
il muro per poterlo attraversare, e devi farlo usando le leggi della fisica,
che è diverso. Il viaggio nello spazio è fantascienza solo
se è possibile risolvere i problemi di come farlo; fino a quel momento
rimane fantasia, la stessa di quando guardavamo le stelle e la Luna e ci
domandavamo se saremmo mai arrivati lassù. Bene, finalmente ci siamo
arrivati.»
Così
Star Trek non è dunque fantascienza?
«No,
è fantasia: viaggi a velocità della luce, viaggi da una stella
all’altra, sono impossibili. Non raggiungeremo mai quelle velocità.
Probabilmente raggiungeremo metà della velocità della luce,
il che significa viaggi di anni e anni per raggiungere corpi celesti a
pochi anni luce da noi, ma il viaggio spaziale da una stella all’altra
è impossibile. La distanza è troppo grande, miliardi e miliardi
di miglia, è impensabile che potremo mai viaggiare così veloci.
Eppure sia la fantasia che la fantascienza sono buone. Einstein era stato
il primo a parlarne. Einstein non era uno scienziato puro, e aveva detto
chiaramente che la teoria è una cosa, l’immaginazione un’altra.
Il più grande dono che puoi avere come scienziato è l’immaginazione,
l’abilità di fantasticare.»
Scienza
e fantascienza sono state molto legate in questo secolo?
«Sicuro!
Carl Sagan che era un astronomo ha scritto fantascienza. Arthur Clarke
che è uno scienziato ha scritto libri scientifici e di fantascienza.
Asimov è un altro esempio. Tutte le nostre scienze sono cominciate
nella fantascienza. Jonas Salk ha inventato il vaccino Salk. Come ha fatto?
L’ha sognato. Voleva liberare gli schiavi, voleva salvare decine di migliaia
di bambini. È un sogno, è fantasia. Scienza, tecnologia:
tutto comincia con un sogno.»
Cosa
pensa di uno scienziato scrittore come Hawking?
«Nessuno
lo legge, anche se tutti dicono di averlo fatto. Andiamo, è una
persona favolosa e sono molto fiero di lui come essere umano, ma ho provato
a leggere quel suo libro, Breve storia del tempo. Mia moglie dice
di averne letto una parte, ma secondo me mente, perché è
un libro illeggibile. Sono contento che abbia venduto un sacco di copie
e sono contento che sia famoso e che dia speranza a tanta gente che non
ha speranza, ma ci sono tanti libri come il suo, che compriamo e non leggiamo
mai.»
E
le sue teorie dei buchi neri?
«Non
esistono. Una teoria, e basta. La teoria di Darwin non esiste, è
solo una teoria che non è mai stata provata, eppure tutti si comportano
come se fosse vera. Quando io tengo seminari sull’universo e le origini
dell’umanità sulla terra dopo bilioni di anni di progresso fino
alla manifestazione della vita sulla terra, la gente mi chiede se credo
in Darwin. Io dico di sì. Mi chiedono se credo nel Vecchio Testamento?
Sì, ci credo. Credo nella teoria di Lamarque, secondo cui gli animali
sono cambiati geneticamente per adattarsi all’ambiente? Sì. Come
si fa a credere a tutte e tre queste teorie, così diverse una dall’altra?
Io rispondo che è perché nessuna di quelle tre teorie è
stata provata, quindi puoi credere un po’ a tutte e tre.»
Torniamo
al sogno. Qual è il più grande visionario di questo secolo?
«Walt
Disney. Lui e la gente che ha lavorato con lui sono tutti dei grandi visionari.»
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