Uno dei più grandi scrittori di fantascienza
      spiega cosa ci riserva il futuro.
      Nostradamus sono io
      di Giuliana Cillario - Los Angeles
      Picasso non aveva idee, il romanzo americano è il nulla,
      i buchi neri non esistono… E il XXI secolo?
      Lo ha inventato lui, naturalmente.
      Giudizi e previsioni del grande "poeta delle nostre nevrosi"
 
        IL MAGO DELLA FANTASCIENZA Ray Bradbury ha scritto trenta libri (tutti ancora in circolazione), venti commedie, due musical, dodici libri di poesie, tre raccolte di saggi, una mezza dozzina di sceneggiature cinematografiche e almeno cinquecento brevi racconti. Per Bradbury, la scrittura e la letteratura, anche nella versione cinema, sono la vita. «Non credo di sapere cosa sia il blocco dello scrittore, non l’ho mai avuto», dice, ricevendoci nella sua casa di Cheviot Hills, a Los Angeles, nella sua tenuta preferita: maglietta, calzoncini corti e scarpe da jogging, che abbandona solo raramente. «La mia macchina da scrivere viene con me ovunque io vada. Mi alzo alle tre del mattino ogni giorno, vado alla tastiera, mi faccio due risate e torno a letto». Impiega due ore a scrivere una poesia, mezza giornata a finire un breve racconto, nove giorni per un romanzo. Dal primo giorno in cui ha scritto un racconto, all’età di dodici anni, non si è mai fermato. Le cronache marziane, L’uomo illustrato, Fahrenheit 451, Le auree mele del sole, Il popolo dell’autunno, Molto dopo mezzanotte, Omicidi di annata: questi sono alcuni dei classici di cui è autore. A settantanove anni rimane, come il critico di fantascienza Damon Knight lo ha chiamato, «il poeta delle nevrosi del ventesimo secolo... l’isolato lume della coscienza... il bambino cresciuto che ancora crede». Recentemente ha pubblicato una collezione di racconti, Driving Blind, e un nuovo romanzo, Dust Returned. Parliamo del millenarismo e del secolo che si sta chiudendo. Un assunto sbagliato in partenza, secondo Bradbury.

        Perché?
        «Perché il nuovo secolo non comincia fino al primo gennaio 2001, il 31 dicembre 1999 è la data sbagliata. Il fatto è che la gente non pensa.»

        Parliamo però di questo secolo che comunque si sta avviando alla fine.
        «Penso che questo è stato il secolo più indaffarato nella storia del mondo. È successo tutto in questo secolo: l’invenzione del volo, dell’automobile, la proliferazione degli aeroplani e delle macchine, l’invenzione dei carri armati che hanno eliminato la guerriglia da trincea, l’invenzione della battaglia aerea, della bomba atomica, delle autostrade che non esistevano all’inizio del secolo, e che hanno portato la gente a circolare dappertutto. Per la prima volta grazie all’aeroplano milioni di persone sono in aria ogni giorno andando in qualche altra parte del mondo. L’impatto di tutte queste tecnologie su di noi è stato incredibile. Ci ha colto di sorpresa per via della bomba atomica, che ha spinto la Russia a non invadere oltre l’Europa. La bomba atomica ci ha permesso di tenerla a bada almeno fino a quando siamo riusciti a farle capire che noi avevamo un sistema migliore. Sette, otto anni anni fa ho pranzato con Gorbaciov a Washington, insieme a Ted Turner e altra gente, e gli ho chiesto cosa pensasse dell’allora presidente Reagan. Lui mi ha risposto: «è il vostro più grande presidente». Gli ho chiesto: «perché dice questo?», e lui ha risposto: «perché è l’unico ad aver suggerito di buttar giù il Muro. Nessun altro presidente l’ha mai detto. Nixon non l’ha mai detto, Johnson non l’ha mai detto», e diceva questo con convinzione. L’aver convinto i russi a buttare giù il Muro è stata una delle più grandi cose di questo secolo, perché i russi erano dieci volte più cattivi di Hitler e hanno ammazzato venti volte più gente di Hitler. Stalin ha ammazzato settanta, ottanta milioni di persone, eppure nessuno lo controllava. Era molto intelligente e scaltro e da bravo russo faceva tutto dietro le quinte.»

        Il ventesimo secolo è stato terribile dal punto di vista delle guerre...
        «È vero. E la guerra continua in Bosnia come in Africa dove i neri si ammazzano fra di loro. I colonialisti se ne sono andati e invece sarebbero dovuti rimanere. Tutti erano così ansiosi di liberare l’uomo nero, ma non puoi farlo. Devi prima educarlo e dargli una struttura civile e politica: quando gli inglesi hanno lasciato l’India si sono lasciati alle spalle numerose strutture, e infatti l’India non è crollata a pezzi, non si è autodistrutta nel modo in cui l’Africa si è distrutta e si sta distruggendo.»

        E qual è la sua opinione su questo secolo dal punto di vista artistico?
        «Se parliamo di pittura, dopo il 1920, 1930 la sua storia non è nulla, un completo zero. Le uniche eccezioni, a mio avviso, sono nel campo dei cartoni animati, specialmente quelli della Disney. L’anno scorso ero a New York e sono andato a vedere una mostra di Jasper Johns al Museo di Arte Moderna, il MoMA. Era solo una grande montagna di robaccia. Cento quadri terribili, nessuno che valesse la pena di vedere. E pensare che lui vende quella roba per un milione di dollari al pezzo. Poi sono andato al Metropolitan Museum e ho visto una retrospettiva di Winslow Homer, che dipingeva fino al 1910, 1920. Incredibile. I suoi panorami marini sono fantastici, mi avevano così eccitato che sono tornato di corsa in albergo, ho preso mia moglie e le ho detto, «devi venire a vedere  questa mostra perché Homer è uno dei grandi geni nella pittura americana. È alla pari con i più grandi pittori europei degli ultimi duecento anni, con Delacroix o uno qualsiasi dei tuoi pittori favoriti francesi o europei». Ma è stata l’ultima volta in cui un pittore americano, o europeo, ha fatto qualcosa di così grandioso. Anche Picasso è andato giù per la china dopo il 1910, 1915. Oggi c’è molto poco da guardare. Nella storia dell’arte della modernità, Ottocento incluso, per vedere delle belle cose devi andare sulle illustrazioni: io, per esempio, adoro alcuni francesi, tra cui soprattutto Grandville e Honoré Daumier.»

        Può dire la stessa cosa negli altri campi artistici?
        «Ne sono convinto. È successo con la poesia, con i brevi racconti, con le commedie. Cerchiamo di convincerci che tutti sono poeti, mentre non è affatto vero. È la stessa sindrome per cui abbiamo cercato di convincerci che ogni bambino è un artista, che ogni bambino è un poeta o un musicista, mentre non è affatto vero. Non vogliamo che nessuno competa con nessun altro e così facendo abbiamo ottenuto un secolo di mediocrità in tutte le arti. La poesia non è più poesia, non si può leggere. È tutta schifezza. Il New Yorker una volta era una rivista di grande poesia. Negli ultimi vent’anni hanno fatto ben poco, forse una volta ogni due mesi pubblicano una poesia decente.»

        Questo è stato però il secolo di Hemingway e di Calvino. Fa di tutta la letteratura un fascio?
        «Non ho potuto tenermi al corrente di tanta letteratura straniera, e nemmeno americana, sono troppo occupato a scrivere. Mi sembra che la miglior letteratura sia stata quella di fantascienza, che è il mio campo e che è piena di metafore. È l’essenza della vita. Il romanzo medio americano non vale niente, e non esiste più da anni. Hemingway è morto da trentacinque anni, Steinbeck è morto da tanto tempo, lo stesso vale per Faulkner e Scott Fitzgerald: loro sì, scrivevano grande letteratura. Norman Mailer, per esempio, non vale granché. La fantascienza è la più valida, non a caso quando sono arrivati i film di fantascienza, così pieni di immaginazione e di metafore, tutto è cambiato. La trilogia di Guerre Stellari: quelli sì che sono film! E attraverso 2001 Odissea nello spazio i ragazzini hanno conosciuto la mu-sica classica, hanno sentito Strauss e sono entrati nei negozi di musica a chiedere Strauss, e poi sono entrati nelle gallerie d’arte e hanno visto i poster di Gustave Doré, che è uno dei più grandi illustratori degli ultimi centocinquanta anni, io lo colleziono da quando ero al liceo.»

        Perché la fantascienza ha successo?
        «Ogni giovane, ma mi ci metto anche io, vuole vivere per sempre, in un modo o nell’altro, attraverso la letteratura, i nostri sogni, e riesce a farlo in gran parte grazie ai film di fantascienza, agli autori di fantascienza, alle loro metafore. I preraffaelliti amavano il mito, e ora li stiamo riscoprendo. Prendevano in prestito i loro miti e leggende dalla Bibbia, dal Nuovo Testamento, dalle storie mitologiche di Sigfrido. Viaggiavano con l’immaginazione nel passato. Mentre Picasso non ha idee, è solo tecnica, per quanto in parte geniale. Bracque non ha niente, tutto meraviglioso astratto. La frutta di Cézanne è bellissima, adoro Van Gogh, ma non ci sono idee in nessuno di questi lavori. Prendiamo pure gli impressionisti: Manet, Monet, Renoir: è un lavoro incredibile, però privo di riferimenti mitici.»

        Invece la fantascienza...
        «Il problema con la fantascienza è che ormai si occupa solo di scienza impazzita, e la scienza e la tecnologia sono collegate a ogni singolo problema che abbiamo. Invece la fantascienza deve nascere da un sogno. La fantascienza sogna il futuro e ne fa una mappa, ma poi devi costruire quel sogno e viverci. La bomba a idrogeno fino a oggi ha salvato più persone di quante ne abbia uccise. Ha fermato una infinità di guerre. Invece i computer e Internet sono stupidi. Dicono che servono a educarci, ma non è vero. Le biblioteche educano, se le frequenti. Non i computer.»

        Sta dicendo forse che la fantascienza ha contribuito a costruire il futuro tecnologico in cui viviamo?
        «Sì, siamo stati noi a fare tutto per primi. Io ho immaginato la radio Walkman nel mio romanzo Fahrenheit 451, quarantotto anni fa. Quindici anni fa i giapponesi si sono presentati nel mio ufficio con una radio Walkman, me l’hanno messa all’orecchio e hanno detto, «Fahrenheit 451, Fahrenheit 451!». Avevano letto il libro e hanno inventato quell’aggeggio. Sempre in quel libro, quarantotto anni fa, avevo predetto la storia della televisione. Avevo predetto che saremmo stati tutti prigionieri dei telegiornali locali che sono completamente distruttivi. Stupri, omicidi, funerali, Aids, violenza. Non c’è nulla di buono nei telegiornali locali. Vogliono sensazionalizzare tutto. Ti danno storie in quindici secondi che sono completamente prive di informazioni, completamente stupide.»

        Quali sono a suo avviso i più importanti libri di fantascienza in questo secolo? «Naturalmente i miei, innanzitutto! Poi i libri di Robert Heinlein, che ha cominciato a pubblicare negli anni Quaranta, e che hanno esercitato una grande influenza su tutti noi. Robert era un mio amico. L’ho incontrato quando avevo diciannove anni e lui ne aveva trentadue. È stato lui a vendere a una rivista il mio primo racconto. Heinlein ha umanizzato la fantascienza più di chiunque altro. La fantascienza di Giulio Verne era umana; H. G. Wells affrontò aspetti umanistici, ma era molto più cinico sull’umanità. Ma è solo a partire da Heinlein e gente come lui o come me, che ero suo allievo, che abbiamo cominciato a umanizzare, ad affrontare i veri problemi: cosa facciamo con un eroe televisivo? cosa facciamo con questi computer? cosa facciamo con un sistema educativo che non funziona? Infila queste cose in una storia e vedrai che brividi dai alla gente! Non pontificare, insegna con l’esempio, fai qualcosa che qualcuno possa voler imitare. Incontri ravvicinati del terzo tipo è un buon esempio di un film che ha qualcosa da dire sull’universo, sull’umanità terrestre, su visitatori da un altro mondo, che è qualcosa di paragonabile a quell’immagine della Cappella Sistina in cui Dio stende la mano attraverso l’universo e trova un contatto con la mano di Adamo allungata verso la sua. Il nostro rapporto con l’universo, il motivo della nostra esistenza: quel film ti dà le risposte, e ti fa uscire appagato. Ha dei difetti, ma il risultato generale è incredibile. Tempo fa ho organizzato un programma nel Teatro di Pasadena (un quartiere di Los Angeles - ndr) chiamato Testimonia e Celebra. Testimonia l’universo, testimonia il miracolo, testimonia il fatto che siamo qui e abbiamo una funzione. A cosa serve avere un universo o un mondo o un’umanità se non lo notiamo e non lo celebriamo? Abbiamo celebrato in modo massiccio i viaggi nello spazio e sulla Luna, e ora dobbiamo andare su Marte per sollevare lo spirito dell’umanità in ogni Paese, a prescindere dalla sua situazione economica. Così io scrivo racconti che celebrano la vita, il fatto che ti svegli al mattino e guardi l’aria ferma dell’alba e i fiori nel giardino e il tuo cane o il gatto, o tua moglie o marito e i tuoi figli e i tuoi amici e sei felice per il dono della vita. Il senso della vita è la vita. La vista, l’udito, l’odorato, i sensi: la vita è un miracolo, e se non ne sei consapevole ogni giorno della tua vita non sei vivo. È di questo che dobbiamo scrivere: la buona fantascienza affronta il modo in cui celebriamo l’universo.»

        È cambiata molto, dunque, la fantascienza dall’inizio del secolo a oggi?
        «Oggi c’è troppa fantascienza magica, troppa fantasia, ci sono troppi draghi e castelli, troppi re Artù nel 2900! Guerre Stellari è Re Artù e il Mago di Oz, e tutto questo è molto divertente, ma poco di più. C’è un tocco di buddismo zen nell’Impero colpisce ancora, quando l’insegnante dice a Luke Skywalker: «Non devi cercare di fare, devi fare, dimenticando quello che stai facendo». Federico Fellini, che diventò un mio grande amico venti anni fa a Roma, quando abbiamo passato una fantastica settimana insieme, mi ha detto una cosa che è diventata il centro della mia vita. «Non dirmi quello che sto facendo, non voglio saperlo. Fai il tuo lavoro, fallo tutti i giorni, non badare a quello che fai, si risolverà da solo». Se hai un talento, ti guarderai indietro alla fine di una settimana, di un mese, di un anno, e vedrai quello che hai fatto. Lascia che la tua intuizione prevalga, lascia creare alla musa.»

        Qual è allora l’esempio di una buona fantascienza in questo secolo?
        «Mi dispiace, sono io. Asimov ha molto talento ma è terribilmente asciutto, anche se non ho letto abbastanza per poterne essere certo. Mi sembra sia rimasto ancorato a soggetti scientifici e asciutti, non so nemmeno quanto fosse umano.»

        E Giulio Verne?
        «Giulio Verne era incredibile. È stato il grande maestro, interessato a tutte queste macchine, è andato in Scozia e ha visto come costruivano le grandi navi di ferro. È volato sopra Parigi in un pallone cenando con le sue ragazze, almeno spero. Era un gran dongiovanni, e ha contribuito a cambiare il mistero del mondo. Tanti astronauti sono cresciuti con Verne più che con Wells perché Wells era così negativo. E la gente è cresciuta anche con me, perché anch’io do speranze che non sono false.»

        Ma lei non scrive molta fantascienza.
        «No, non l’ho mai scritta, è un’etichetta che mi hanno appiccicato e basta. La fantascienza c’è, ma Le cronache marziane è una fantasia. È una fantasia basata sui miti romani, greci ed egiziani. C’è un solo racconto di fantascienza in tutto il libro. L’altra fantascienza che ho scritto è Fahrenheit 451: tutto quello che è nel libro è completamente possibile e sta succedendo adesso davanti ai nostri occhi. La fantascienza deve essere possibile, la fantasia è l’arte dell’impossibile. Se fai camminare la gente attraverso i muri, è fantasia. Se scrivi fantascienza devi disintegrare il muro per poterlo attraversare, e devi farlo usando le leggi della fisica, che è diverso. Il viaggio nello spazio è fantascienza solo se è possibile risolvere i problemi di come farlo; fino a quel momento rimane fantasia, la stessa di quando guardavamo le stelle e la Luna e ci domandavamo se saremmo mai arrivati lassù. Bene, finalmente ci siamo arrivati.»

        Così Star Trek non è dunque fantascienza?
        «No, è fantasia: viaggi a velocità della luce, viaggi da una stella all’altra, sono impossibili. Non raggiungeremo mai quelle velocità. Probabilmente raggiungeremo metà della velocità della luce, il che significa viaggi di anni e anni per raggiungere corpi celesti a pochi anni luce da noi, ma il viaggio spaziale da una stella all’altra è impossibile. La distanza è troppo grande, miliardi e miliardi di miglia, è impensabile che potremo mai viaggiare così veloci. Eppure sia la fantasia che la fantascienza sono buone. Einstein era stato il primo a parlarne. Einstein non era uno scienziato puro, e aveva detto chiaramente che la teoria è una cosa, l’immaginazione un’altra. Il più grande dono che puoi avere come scienziato è l’immaginazione, l’abilità di fantasticare.»

        Scienza e fantascienza sono state molto legate in questo secolo?
        «Sicuro! Carl Sagan che era un astronomo ha scritto fantascienza. Arthur Clarke che è uno scienziato ha scritto libri scientifici e di fantascienza. Asimov è un altro esempio. Tutte le nostre scienze sono cominciate nella fantascienza. Jonas Salk ha inventato il vaccino Salk. Come ha fatto? L’ha sognato. Voleva liberare gli schiavi, voleva salvare decine di migliaia di bambini. È un sogno, è fantasia. Scienza, tecnologia: tutto comincia con un sogno.»

        Cosa pensa di uno scienziato scrittore come Hawking?
        «Nessuno lo legge, anche se tutti dicono di averlo fatto. Andiamo, è una persona favolosa e sono molto fiero di lui come essere umano, ma ho provato a leggere quel suo libro, Breve storia del tempo. Mia moglie dice di averne letto una parte, ma secondo me mente, perché è un libro illeggibile. Sono contento che abbia venduto un sacco di copie e sono contento che sia famoso e che dia speranza a tanta gente che non ha speranza, ma ci sono tanti libri come il suo, che compriamo e non leggiamo mai.»

        E le sue teorie dei buchi neri?
        «Non esistono. Una teoria, e basta. La teoria di Darwin non esiste, è solo una teoria che non è mai stata provata, eppure tutti si comportano come se fosse vera. Quando io tengo seminari sull’universo e le origini dell’umanità sulla terra dopo bilioni di anni di progresso fino alla manifestazione della vita sulla terra, la gente mi chiede se credo in Darwin. Io dico di sì. Mi chiedono se credo nel Vecchio Testamento? Sì, ci credo. Credo nella teoria di Lamarque, secondo cui gli animali sono cambiati geneticamente per adattarsi all’ambiente? Sì. Come si fa a credere a tutte e tre queste teorie, così diverse una dall’altra? Io rispondo che è perché nessuna di quelle tre teorie è stata provata, quindi puoi credere un po’ a tutte e tre.»

        Torniamo al sogno. Qual è il più grande visionario di questo secolo?
        «Walt Disney. Lui e la gente che ha lavorato con lui sono tutti dei grandi visionari.»

 
        Le Grandi Interviste di Liberal, 29 Luglio 1999, pagine 64-69.
 
 
 
     
     
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