Torna in libreria Ray Bradbury che già nei primi Anni 60 era considerato il più grande scrittore di fantascienza Biondo, bisteccone, energico, parlava con gran calore e una tremenda forza di persuasione.Odiava l' intellettualismo
               Dalla parte dei marziani
      di ALBERTO ARBASINO
 
        L' ultimo Ray Bradbury viene periodicamente riscoperto. Anche adesso, presso Fazi editore, con Verdi ombre, balena bianca, sul giraggio del Moby Dick di Melville che diventò un portentoso filmone di John Huston con Gregory Peck e Orson Welles e un pretenzioso bric-à-brac di icone e culti e simboli. Ma su e giù per la California, nei beati anni del più squisito on the road tra San Francisco e Los Angeles, i pensatori intellettuali erano in realtà scarsi e rari come boutiques di conversazione e di idee in una gaia sarabanda materiale di bei corpi e abbigliamenti e divertimenti intensissimi. E Bradbury, giovane autore di Fahrenheit 451, già in quei primi anni Sessanta veniva celebrato come il più emerito narratore di fantascienza al mondo. Abitava a Beverly Hills, preparava grandi film dalle sue Cronache marziane, da girare nelle città morte del Medio Oriente; e lo si vedeva abbastanza in giro. Nei fastosi ristoranti dei produttori classici: tutti in cravatta a colazione fra enormi sigari e immense bistecche e lumini pallidi nel buio sepolcrale, con vecchi camerieri tipici come caratteristi di serie B. Nei teatrini di posa dei Desilu Studios, dove una troupe d'attori-cowboys televisivi praticava il teatro di idee non remunerato (cioè i suoi atti unici, a invito) come un contravveleno per non atrofizzarsi l'anima. E poi, ai parties formalissimi (nella loro informality "venite come volete") in certe casine veramente marziane, interamente di cristallo su agghiaccianti palafitte avvinghiate ai cocuzzoli più terremotabili in fondo al Sunset Boulevard, verso il mare.
        Biondo, bisteccone, energico, Bradbury parlava con gran calore e una tremenda forza di persuasione. E mettendo bene in chiaro: «Sono un intellettuale progressivo americano che scrivendo di marziani e di mostri fa in pratica un discorso di Realpolitik. E i nostri pericoli sono attualmente due e sono terribili, insisteva: il commercialismo e l' intellettualismo.»
        Ma nel pragmatismo appassionato di tutto quanto dicesse, oltre che l'antica sollecitudine umanitaria degli autori di Utopie si sentivano fisicamente rivivere in versione "yankee"(!) contemporanea due linee tradizionalmente piuttosto inglesi di generosità disinteressata per gli "altri" prima che per il proprio self. O "ego". Soprattutto, quell'ombrosa minoranza di moralisti puritani alla D. H. Lawrence, alla Dr. Leavis, e naturalmente alla Orwell (e anche Koestler?) a cui non piace niente, non va bene niente. Non salvano niente. Ma il loro tormentoso e profetico rappel à l'ordre scuote e riempie di rimorso la coscienza inquieta dei "clan dirigenti" scettici ed epicurei che hanno in mano i famosi "bottoni" del mondo della cultura, fanno i propri buoni affari producendo bestseller consolatori con recensioni impegnate, si godono i propri facili successi in un intreccio di consensi "da cocktail" di destra e sinistra, e con tutto ciò sperano ancora di riuscire a Salvar l' Anima. E inoltre, anche la linea dei Buoni Vecchi Zii Liberali alla E. M. Forster. Possono magari sottovalutare Joseph Conrad, che "non è dei loro"; e compatire dall'alto in basso i vertiginosi "anomali" come Roland Firbank o T. E. Lawrence; facendo qualche reverenza di troppo a Virginia Woolf e anche a un "tutto Bloomsbury" di seconda e di terza. E il loro limite sarà certamente quello di non osar spalancare gli occhi sulle violenze e i drammi che nascono dalle contraddizioni nel mondo moderno. Però continuano a credere in assoluta buona fede nel valore edificante e illuminante della Letteratura nelle "spezzar le barriere", nel "connettere", nel "capire". E come G. B. Shaw o Angus Wilson possono trasformarsi in santi pastori laici dell' etica laburista e del progresso sociale. Ma Bradbury insisteva sui pericoli del commercialismo: cioè, il far cose che non piacciono, di cui non si è convinti, per obbedire al produttore, per compiacere l'editore, per fare un favore all' editore di giornale... E i pericoli dell'intellettualismo?... «Sinistri: lasciarsi influenzare dagli autori che si ammirano, dai libri che si amano, dai giudizi dei colleghi che si stimano... O anche illudersi di salvar l' anima facendo un "secondo mestiere" sedicente intellettuale, tipo l' insegnante". Non si usava ancora la villania di ribattere: si spieghi meglio.»
        Ma Bradbury spiegava benissimo: «Sono molto contrario a un secondo mestiere di natura letteraria. Drena le migliori risorse, porta via troppo tempo se fatto con onestà, in complesso diminuisce e abbassa il potenziale creativo!». Altro che spiegarsi meglio. «Non credo affatto all' insegnamento della letteratura! Càpita continuamente, in America, che lo scrittore più o meno celebre sia avvicinato da madri ansiose di consigli per un figlio con tendenze letterarie. La risposta onesta è una sola: comprargli una macchina da scrivere. Poi, che s'arrangi. Le lezioni private di un Premio Nobel non servono a nulla!». Qui lo si sentiva non meno decisamente empirico e pragmatico di tutta la vecchia generazione di scrittori americani anti-intellettuali e autodidatti fra Sherwood Anderson e Thomas Wolfe: «uomini che si sono fatti da sé» come gli industriali loro coetanei. Ma ormai i futuri letterati e i futuri businessmen non vendono più certo il pop-corn agli angoli: fanno i loro compiti di letteratura creativa e ricerche di mercato in due istituti adiacenti dello stesso college. «Ma io ho proprio venduto i giornali in strada per tre anni», dichiarava fieramente Bradbury. «Da ragazzo, piuttosto che lavorare in una banca e far magari carriera come dirigente. E sono convinto che invece di frequentare le classi di letteratura si impara molto di più nelle biblioteche pubbliche. Anche solo passeggiando e leggendo i titoli negli scaffali; e annusando i libri; e aprendone uno ogni tanto».
        Mi sembra un momento così alla Vasco Pratolini che gli chiedo subito com'era da teenager. Dice che è venuto qui a tredici anni dall' Illinois, vicino a Chicago, durante la Depressione: suo padre era uno dei molti milioni di disoccupati, e qui a Los Angeles la vita costava meno. Però diffida sistematicamente dei pericoli d'una grande città come New York. Troppi eventi culturali a tutte le ore, anche abbastanza attraenti, da non perdere: mostre, concerti, spettacoli. E in più, il "giro letterario", tutti che si conoscono e telefonano e invitano: il pettegolezzo, il farsi vedere, il non poter dir sempre di no, il gioco del prestigio basato sul numero di presenze... «Uno scrittore, bisogna che abbia un giroscopio dentro, che lo avverta quando sta perdendo tempo, fa cose non giuste, vede gente sbagliata... Dopo tutto, sono le qualità umane che contano: non l' ambiente. Perciò: è un luogo comune superficiale dire che siccome si vive a Los Angeles si devono fare per forza delle cose ignobili per la televisione e il cinema. Ci si abita perché ci si sta bene, e si può lavorare in pace». (Beccatevi dunque su questa, voi scrittori francesi e italiani che "salivate" a Parigi e a Milano in cerca di Ispirazione?). «Uno non si vende se proprio non vuole. Bisogna vedere se ha personalità, se ha spina dorsale, a che tipo di successo tiene» ...
        La vita morale, l'integrità professionale dei letterati: sono temi che lo attraggono, mescolati a una sua problematica psico-religiosa (la speranza, la compassione, il perdono) al di là dei soliti schemi puritani o cattolico-irlandesi. Lo trovo severo, e curioso per certi aspetti del cattolicesimo: quanta saggezza, dice molto seriamente, nel rendere quasi indissolubile il matrimonio. «Altro che la non-problematica sbrigativa dei bruschi divorzi».
        Lavora tanto? «Tutto il giorno, da quando avevo sedici anni. Ogni racconto, in media, lo scrivo in una giornata. Poi lo metto da parte; magari per anni; lo riprendo; lo riscrivo; finché non trovo "la frase decisiva". Spesso il guaio è di non saper da che parte incominciare: quattro o cinque idee al giorno... ma non si possono scrivere quattro o cinque racconti al giorno...».
        Si illumina di gioia parlando dell'entusiasmo di lavorare: «magari occupandosi della morte, ma con una vitalità tremenda, come faceva Goya». Proprio dopo questo riferimento a Goya, fatto in un articolo di giornale, gli arrivò una lettera di Berenson, che cominciava così: "Questa è la prima fan letter che scrivo in 88 anni...".
        Bradbury è venuto a trovarlo a Firenze; e hanno passato insieme parecchi giorni, dice. «Mi ha svelato il Rinascimento, ha allargato le mie prospettive, m'ha dato una consapevolezza... Come prima Aldous Huxley qui in California, e più tardi Bertrand Russell a Londra: sono gli amici-maestri più cari». Guarda giù la vallata. «... E questa Los Angeles che esiste praticamente solo da questo dopoguerra sviluppandosi in maniere folli, in fondo sta attraversando un fenomeno molto simile a un Rinascimento. E' il suo turno: come quando l'Italia e l'Olanda insegnano la pittura al mondo; e poi la lezione passa a New York che incomincia a insegnare a sua volta... Anche per questo ritengo giusto vivere qui". E ripete volentieri: "perché so bene quello che voglio!. Influenzare una comunità mentre si sta formando!... Agire per il loro bene, prima che se ne rendano conto!... Aiutare a costruire un nuovo Rinascimento!... Coi libri, coi saggi, certo: ma anche con racconti sulle riviste, con articoli sui giornali... Servendosi di ogni mezzo d' espressione: cinema, teatro, radio, televisione... Scrivere oggi di trasporti pubblici e di gallerie d' arte, di pubbliche relazioni e urban planning, è un modo pratico di insegnare a essere umani... Ecco perché trovo irrilevante e inutile ogni letteratura dell' Assurdo. E deploro che non esista in America un teatro di idee». E' chiaro che il famoso narratore di fascinosi miti fantascientifici si considera eminentemente un saggista che ha scelto di esprimersi in una forma simbolica immediata e diretta, come Samuel Butler e Swift. «Se scrivo automobile o ascensore, tutti capiscono subito, senza dover spiegare la carrozzeria e i carburatori, senza dover riepilogare ogni volta il funzionamento del motore a scoppio... E senza paura di bagnarsi: entrare, entrare nel fiume, non stare come spettatori sulla riva, se si intende influenzare le masse per il loro bene! E provare ad amare la chincaglieria, la mediocrità, la paccottiglia... Non disprezzarla; e non rifiutarsi di capire il senso dei media più popolare, come i comics... Nelle loro forme vignettistiche e paradossali si occupano degli aspetti sconcertanti della vita americana d' oggi più profondamente delle riviste radicali e accademiche (a cui peraltro collaboro), ma tutte così lontane dalla realtà, incapaci di ironia... Come del resto la maggior parte degli scrittori americani moderni: seriosi, aggrottati, acritici, magari intellettualmente modesti... Però, come si prendono sul serio. E come si amministrano: scrivono poco, e sempre con l' aria di scrittori maggiori che per il momento pubblicano solo opere minori... E' vero che, poveretti... (riflette, a proposito di alcuni suoi colleghi) ... spesso si trovano oppressi da problemi personali talmente gravi che non c' è da meravigliarsi se non vedono la realtà, o la vedono stravolta. Nessuno però che si degni di occuparsi di fantascienza: come se fosse un "genere" inferiore o folle... Mentre, per esempio, fantascienza significa la scoperta dell' America o l' invenzione dell' automobile, la sua influenza sulla vita di tutti i giorni. Come l' auto può modificare i rapporti amorosi, gli affetti familiari, la struttura stessa della famiglia, le influenze che può avere sulla sociologia del lavoro, il fatto stesso che in questa città il pedone sia considerato una bizzarria... E senza contare il largo margine di imprevisto, gli aspetti incompetenti e grotteschi in ogni scoperta, da Colombo a Cortez... E la conquista dello spazio, adesso! E nessuno si occupa delle trasformazioni straordinarie che avvengono in conseguenza della conquista dello spazio: in filosofia, in psicologia, nelle arti, nella teologia stessa! Discorsi come quelli di Pio XII sullo spazio sarebbero stati inconcepibili un secolo fa... E i problemi che ne sorgono?... Per esempio, si vive talmente condizionati dall' aspetto esteriore che per molti di noi un negro sembra appartenere a un' altra razza... E se in un altro mondo si trovasse una spaventosa razza di ragni con tre teste che vivessero però eticamente, umanamente, cristianamente... Saremmo disposti a distruggerli perché non conta l' essenza umana ma il loro aspetto?».
        Accarezzava il progetto di un romanzo o un film su un papa spaziale che parte con la sua astronave dal Vaticano per il Cosmo alla ricerca della Verità. E quantunque si definisca «un battista rinnegato» si confessa affascinato dalla teologia cattolica. Ma soprattutto dai problemi teologici-spaziali; così come la filosofia lo attrae sotto specie di questioni metafisiche-spaziali. E quindi pare ironico che la radio annunci l' arrivo del presidente Kennedy in elicottero sul tetto del Beverly Hilton qua di fronte. Sembra una situazione alla Bradbury: si sentono i motociclisti del servizio d' ordine qua sul boulevard, poi il fracasso dell' elicottero che scende, mentre i camerieri continuano a servire con facce da vecchia Paramount. (Si era ancora nel 1963).
         
         
        La Repubblica del 21 aprile 1999, pagina 40, sezione CULTURA
         
         
         
         
     
     
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