Come
in un sogno, come in una delle sue magische storie. All'improvviso un romanzo
che Ray Bradbury aveva scritto 49 anni fa, è balzato in testa alla
classifica dei libri del Los Angeles Times. Per un mese,
aprile, tutta la città ha comprato e letto Fahrenheit 451
e ne ha discusso nelle scuole, nei bar, nelle biblioteche, nei parchi.
Il sindaco James K. Hahn, ricordando che il romanzo esalta la libertà
di parola e di pensiero (451 sono i gardi a cui la carta brucia nella società
totalitaria del fututo che ha messo fuorilegge i libri), ha salutato Bradbury
come «uno di noi» e ha anche inaugurato la sua stella sul marciapiede
dell'Hollywood boulevard, in mezzo a quelle delle star.
È
più contento di avere una stella col suo nome nell'Hollywood boulevard
o un cratere sulla Luna chiamato Dandelion da un suo racconto?
Lei
preferirebbe guardarsi le scarpe o alzare gli occhi verso il cielo? Sono
diventato uno sccrittore per trovare una maniera di andare nello spazio.
Perché
ha aspettao 55 anni per finire «Ritornati dalla polvere»?
Non
è dipeso da me, ma dalle voci dell'alba.
Come
era nato?
Il
primo racconto della serie della famiglia Elliots fu rifiutato dalla rivista
Weired Tales. Troppo poco spaventoso, per loro che amavano Poe e
Lovecraft. Allora lo mandai al femminile Mademoiselle. Mi risposero
con un telegramma: «Anziché cambiare tuo racconto per adattarlo
a nostro giornale, cambiamo nostro giornale per adattarlo tuo racconto.
Stop». Il redattore culturale era Truman Capote. ci costruì
intorno il numero speciale di Halloween e chiese una illustrazione al grande
disegnatore Charles Addams, del New Yorker. Per anni abbiamo cullato
l'idea di fare un libro insieme poi lui ha creato La famiglia Addams
e io ho dimenticato gli Elliots. La copertina del mio libro è quella
illustrazione, che per fortuna mi ero comprato anche se non potevo permettermela:
la pagai 200 dollari, a rate.
È
vero che non vuole essere più definito uno scrittore di fantascienza?
Sì,
ho scritto solo una storia di fantascienza, Fahrenheit 451.
E
le altre?
Sono
fantasy.
Quale
è la differenza?
La
fantascienza è la scienza del possibile, io invece scrivo l'impossibile.
Ha
qualche altre autodefinizione?
Sono
uno scrittore di mitologie e un raccoglitore di metafore.
Come
mai all'improvviso Hollywood sta producendo tanti film tratti dalle sue
storie?
Perché
sono stupidi. Io scrivo da 69 anni. E i primi film tratti dai miei racconti
sono del 1953, Il risveglio del dinosauro e Destinazione Terra.
Mel Gibson ha i diritti del remake di Fahrenheit 451 da dieci anni.
Ha fatto scrivere 10 sceneggiature diverse. Idem per Cronache marziane.
Mi viene in mente quello che mi disse Sam Peckinpah, quando voleva girare
Qualcosa di sinistro sta per accadere: Strappo le pagine del tuo
libro e le infilo dentro la macchina da presa». Sante parole.
È
vero che anche Federico Fellini voleva fare uno dei suoi film?
Abbiamo
parlato per un po' di Il meraviglioso abito color gelato alla panna.
Diceva che eravamo gemelli, tutti e due nati nel 1920. Ho saputo che era
morto il giorno di Halloween: ho chiuso casa e buttato via tutte le zucche.
Quale
è il suo rapporto col cinema?
Il
mio secondo nome è Douglas, da Douglas Fairbanks jr. Era l'eroe
di mia madre, è diventato il mio. Sono cresciuto col cinema. Il
fantasma dell'opera, Il gobbo di Notre Dame, King Kong,
Lawrence d'Arabia, A qualcuno piace caldo ...
Niente
di più recente?
Qualcosa
è cambiato, Terapia e pallottole.
Il
miglior film di fantascienza?
La
vita futura. Nel 2000 guerra e pace tratto da H. G. Wells. Poi Incontri
ravvicinati del terzo tipo di Spielberg. un'esperienza religiosa, l'unico
motivo per cui perdono Spielberg di aver cincischiato così a lungo
con Cronache marziane.
Di
«Matrix» che pensa?
Robetta,
tutto look e niente storia. Un amo per abbindolare i sempliciotti.
E
di «Guerre stellari»?
Troppo
per ragazzini. Odio gli effetti speciali.
Il
suo scrittore preferito?
Francis
Scott Fitzgerald.
Potesse
usare la macchina del tempo andrebbe a trovarlo?
Forse
preferirei George Bernard Shaw: Oltre che un grande scrittore e un uomo
brillante è stato anche il più grande commediografo del Ventesimo
secolo.
Lei
crede in Dio o in Charles Darwin?
Tutti
e due insieme. Ho scritto una cantata che si intitola Christo Apollo,
musicata da Jerry Goldsmith. Il concetto è che se Dio esiste allora
deve essere anche sugli altri pianeti, magari in forme differenti.
«Fahrenheit
451» è più o meno attuale di «1984»?
È
diverso. George Orwell era un pessimista, così come Aldous Huxley,
autore del Mondo nuovo. Il mio romanzo è positivo.
Pensa
sia il suo libro più importante?
Non
faccio mai graduatorie: ho 4 figlie, 8 nipoti, 7 gatti, 40 libri, 600 racconti.
Perché
l'ha scritto?
Devo
citare ancora Fellini. Non spiegatemi perché sto facendo qualcosa,
non voglio saperlo, diceva. Fahrenheit è cominciato per caso,
come racconto breve una sera che un poliziotto mi ha fermato perché
gli sembrava strano che stessi camminando a piedi a Los Angeles. Poi è
diventato un racconto lungo: l'ho scritto nello scantinato dell'università,
su una macchina in affitto che costava 10 centesimi l'ora. Mi è
costato alemeno 9 dollari e 80.
Lei
scrive per predire il futuro?
No,
semmai per prevenirlo.
È
vero che ha inventato il walkman?
Non
io. Io ho immaginato degli auricolari stereo. Poi un giorno mi viene a
trovare un ingegnere giapponese della Sony e mi ringrazia per avergli suggerito
il walkman.
Altri
aggeggi «made in Bradbury»?
Sempre
in Fahrenheit 451 schermi televisivi a tutta parete, e la tv interattiva.
In un altro racconto intitolato Il veldt c'era la realtà
virtuale, mentre ne L'assassino c'era l'antesignano dei cellulari.
Ma sono la persona meno indicata a parlare di tecnologia. Non ho nemmeno
il computer.
Come
mai?
Che
ci faccio? Ho già una macchian da scrivere.
Se
potesse abolire una invenzione del Ventesimo secolo?
L'automobile.
Crea 50 mila cadaveri l'anno. Mai guidato.
Cosa
pensa della clonazione?
Ma
a che diavolo serve? Ci sono gli uomini e le donne, non è meglio
clonarsi andando a letto insieme?
Ha
una regola per la felicità?
Scrivere
duemila parole al giorno.
E
come si fa?
Bisogna
essere sempre innamorati. Non è un lavoro, è un divertimento.
Mai avuto bisogno di prendermi una vacanza.
Sua
moglie è mai stata gelosa dei suoi libri?
Cinquantacinque
anni fa la mia dichiarazione era stata chiara: «Marguerite, andrò
sulla Luna e su Marte, vuoi venire con me?». Avevo 8 dollari in banca.
Al matrimonio ho dato al prete una busta con 5 dollari. Mi ha chiesto:
«Ma non sei uno scrittore?». E me li ha restituiti.
Un
sogno nel cassetto?
Un'opera
di fantascienza. Mi serve il fantasma di Puccini. Quando ascolto Tosca,
piango come un bimbo.
Questo
mondo le piace?
Ho
cercato di cambiarlo non solo nelle mie storie. Pochi lo sanno ma ho realizzato
anche progetti urbani, a San Diego, Century City, Pasadena e Hollywood.
Il concetto è restituire alla gente spazi umani.
Il
miglio consiglio che le hanno dato?
Somerset
Maugham: «Fa' quello che vuoi, non quello che gli altri vogliono
che tu faccia».
E
uno suo a un aspirante scrittore?
È
la quantità che produce la qualità.
Ci è d'obbligo ringraziare qui il signor Marco Giovannini per la disponibilità dimostrata e Silvia Ferrarotti per la preziosa collaborazione.
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