
È costato
quasi cinquant’anni di lavoro e di ripensamenti questo nuovo lavoro di
Bradbury. Cinquant’anni per riflettere e coagulare idee e suggestioni attorno
alla Famiglia Elliot ed al suo mondo. Un mondo che si trova a metà
strada tra quello allucinato e onirico di Edgar Allan Poe e quello ironico
e stralunato di Charles Addams (il creatore della celebre Famiglia Addams,
soggetto che non a caso nacque proprio dopo la collaborazione di quest’ultimo
con Bradbury).
Di certo le
qualità letterarie di Bradbury emergono da questo romanzo sempre
a livelli molto alti, anche se c’è da dire che riuscire a rendere
omogenei racconti e sensazioni di per sé molto diverse come quelle
che danno corpo al racconto non è semplice; se poi nascono in età
così distanti tra loro l’impresa è veramente difficoltosa
(fanno infatti parte del romanzo: The
Traveller -La
ragazza che viaggiava- 1945; Homecoming
-Il raduno-
1945;
Uncle Einar -Zio
Einar- 1947; The
April Witch -La strega d’aprile-
1952; On the Orient North
-Sull’Orient
Express- 1988;
West of October -A
ovest di ottobre- 1988). Così
il romanzo non appare sempre armonico e coerente con le premesse, ad esempio
sembra proprio che l’autore cerchi di insistere molto sulla necessità
di resistere alle omologazioni, alle uniformità inespressiva ed
anonima in cui la società tecnologica sembra volerci costringere
(l’estratto che viene di seguito riportato pare indicarlo). Ed in effetti
il protagonista, il piccolo Timothy, è un trovatello “umano” che
viene allevato dagli Elliot (e che alla fine preferirà continuare
a esistere nella sua condizione piuttosto che unirsi al resto della Famiglia),
ma dall’altra parte c’è un personaggio come Zio John che, seppure
definito il Terribile e l’Ingiusto, rappresenta per la Famiglia l’incoerente
e lo straordinario e che l’autore preferisce comunque “sopprimere”. Ma
forse anche questo è voluto e non rappresenta altro che la metafora
di due ben distinte pulsioni: quella che ogni essere umano ha di essere
accettato (e quindi mescolarsi nel guscio protettivo del gruppo o della
società) e quello di non essere confuso e reso anonimo dall’uniformità
che si è ricercata.
Mi rendo conto
che in fondo questi sono solo dettagli e mere speculazioni, quello che
resta dopo la lettura è la sensazione di una riflessione profonda
per immagini sulla condizione umana e sulla necessità della conquista
di una libertà personale (ma non solo) che sia meditata e pacifica;
che non prescinda dalle radici che ma che vada necessariamente oltre esse,
il tutto espresso con eccezionali capacità visionarie e poetiche,
in un mondo straordinario che solo Bradbury riesce a materializzare.
SINOPSIS
È un evento eccezionale quello
che sta per succedere: dopo secoli la Famiglia Elliot si sta per radunare.
Tutti, proprio tutti, o quasi, convergono da ogni parte del mondo in quella
vecchia casa sulla collina, nell’Illinois. Ogni ramo della famiglia è
rappresentato: c’è zio Einar (con le sue belle ali), zio Fry, i
cugini William e Helgar, Thomas il Gigante …
Ad attenderli c’è la vecchia
millevoltebisnonna Nef, c’è la stupefacente Cecy che vola lontano
(e che li vede arrivare ad uno ad uno) ed il “comune” Thimoty.
Le loro stanze sono già
preparate, le loro bare già scoperchiate ed anche i topi, nelle
loro tane, sono pronti ad accoglierli.
Ma questo potrebbe essere l’ultimo
raduno della Famiglia: il mondo sta cambiando, non li vuole più,
anzi non crede più alla loro esistenza. Il mondo straordinario della
famiglia Elliot rischia di essere annientato con tutti i suoi particolari
membri …
ESTRATTO DA RITORNATI
DALLA POLVERE nella
traduzione di Giuseppe Lippi
…Timothy assegnò un nome
ad ogni faccia geroglifica e la mummia assentì con la testa polverosa.
Poi le dita toccarono un ultimo simbolo.
«E questo è il centro
del gorgo, dell’Oscurità?»
«Sì, è Casa
nostra.»
Infatti, l’ideogramma raffigurava
una Casa tempestata di lapislazzuli e orlata d’ambra e d’oro, come doveva
essere stata nei giorni in cui Lincoln parlò a Gettysburg e rimase
inascoltato.
Mentre Timothy guardava, i meravigliosi
ornamenti cominciarono a tremare, poi a staccarsi. Un terremoto scosse
i telai e accecò le finestre d’oro.
«Stanotte» rimpianse
la polvere dei secoli, tornando a se stessa.
«Ma perché, dopo tanto
tempo?» chiese Timothy. «Perché proprio adesso?»
«Questa è l’epoca
delle scoperte e delle rivelazioni. Le immagini volano nell’etere, i suoni
rimbalzano nel vento. Le cose sono sotto gli occhi di molti, le voci possono
essere udite da tutti. Decine di milioni di viaggiatori sulle strade. Non
c’è via di fuga, e noi siamo stati scoperti dalle parole che riecheggiano
nell’aria, dalle immagini che un raggio di luce trasporta nelle case, dove
i bambini e i loro genitori assistono tranquillamente allo spettacolo di
Medusa che, con un paio di antenne da insetto in testa, parla senza pudore,
cercando il modo di farsi punire.»
«Per che cosa?»
«Non c’è bisogno che
vi sia una ragione. Quello che conta è la rivelazione del momento,
gli insignificanti allarmi e digressioni della settimana, il panico di
una singola notte, tanto nessuno chiede il perché. Morte e distruzione
sono servite in diretta e i bambini guardano con i genitori alle spalle,
impietriti da un gelido incantesimo di pettegolezzi non richiesti, di calunnie
innecessarie. Ma non importa. I muti parleranno, gli stupidi ragioneranno
e noi siamo distrutti. Distrutti …» fece eco al mummia a se stessa.
La Casa dipinta sul petto e le
travi della Casa autentica tremarono, aspettando nuove scosse.
«Il diluvio verrà
presto … inondazioni, maree di uomini …»
«Ma cosa abbiamo fatto?»
«Niente. Siamo sopravvissuti,
questo è tutto. Quelli che verranno a sommergerci sono invidiosi
delle nostre vite secolari, millenarie. Poiché siamo diversi, dobbiamo
essere spazzati dalle onde. Ascolta!»
Di nuovo i geroglifici tremarono,
la soffitta sospirò e cigolò come un bastimento nel mare
in tempesta.
«Cosa posiamo fare?»
chiese Timothy.
«Scappare in tutte le direzioni.
Non potranno inseguire tutti i fuggiaschi. La Casa dev’essere vuota entro
mezzanotte, quando arriveranno con le torce.»
«Torce?»
«Non è sempre così?
Fuoco e torce, torce e fuoco.»
«Già.» Timothy
sentì la lingua muoversi per conto proprio e fu assalito dai ricordi.
«L’ho visto nei film. Povera gente che scappa, inseguita da altra
gente. Torce e fuoco.»
«Bene, allora. Chiama tua
sorella, Cecy sveglierà gli altri.»
«L’ho già fatto!»
gridò una voce dal nulla.
«Cecy?»
«È con noi»
sussurrò la vecchia.
«Sì, ho sentito tutto»
proseguì la voce che filtrava da finestre e armadi, scale e travature.
«Sono in ogni stanza, in ogni pensiero, in ogni testa. Stanno già
saccheggiando i comò, tutti quanti, e preparano le valigie. La Casa
sarà vuota molto prima di mezzanotte.»
Un uccello invisibile sfiorò
le ciglia di Timothy, poi le orecchie, si fermò dietro il suo sguardo
e fece l’occhiolino a Nef.
«Ecco fra noi la Bella»
disse Cecy, usando la bocca del fratello.
«Sciocchezze. Volete sapere
un altro motivo per cui il tempo cambierà e arriveranno le inondazioni?»
chiese la vecchia mummia.
«Certo.» Timothy sentì
la morbida presenza della sorella dietro le finestre degli occhi. «Diccelo,
Nef.»
«Mi odiano perché
io sono la conoscenza accumulata della Morte. Conoscenza che per essi è
una maledizione, anziché un utile fardello.»
«Ma si può …»
cominciò Timothy e Cecy finì il pensiero «… si può
ricordare la morte?»
«Oh, sì, ma solo i
morti possono farlo. Voi vivi siete ciechi; noi siamo bagnati dal Tempo,
rinascendo come figli della terra, eredi dell’Eternità. Siamo andati
alla deriva, dolcemente, per fiumi di sabbia e torrenti di buio, abbiamo
familiarizzato con il bombardamento incessante delle stelle, i cui raggi
piovono sulla terra dopo milioni di anni, e vengono a cercare delle piantagioni
d’anime … Le nostre anime imbozzolate come grandi semi, sepolte sotto strati
di marmo, scheletri in bassorilievo e rettili volanti che spiegano ali
larghe un milione d’anni, ma profonde appena un respiro! Siamo noi i guardiani
del Tempo. Voi camminate sulla terra e conoscete l’attimo che sparisce
con il prossimo respiro. Poiché vivete e vi muovete, non potete
custodire. Noi siamo granai di oscuri ricordi; le urne funebri non contengono
soltanto i nostri occhi, ma i nostri abissi, più profondi di quanto
possiate immaginare. E là si accumulano, come ore perdite e sotterranee,
tutte le morti del mondo, le morti su cui l’umanità ha costruito
moti edifici di carne e castelli in pietra che s’innalzano al cielo, mentre
noi ci immergiamo sempre più nel profondo, protetti dalla penombra
e oscurati dalla mezzanotte. Noi custodiamo. Siamo ricchi in addii. Non
verrete negare, ragazzi, che quaranta miliardi di morti rappresentino un
bel po’ di saggezza: messi insieme, gli abitanti del sottosuolo sono un
gran regalo per i vivi, perché fanno in modo che possano continuare
a vivere.»
«Sì, credo proprio
di sì.»
«Non limitatevi a credere,
ragazzi: conoscete. Io ve lo insegnerò, e il vostro lieve fardello
sarà una conoscenza fondamentale per l’esistenza, perché
solo la morte può liberare il modo e farlo rinascere. Stanotte è
la notte in cui il vostro compito comincia. Adesso!» …
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Fabrizio Mazza
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