Questa era la poesia di Margot,
letta con voce sommessa nell'aula silenziosa, mentre fuori cadeva la pioggia.
"Non l'hai scritta tu!" aveva
protestato un ragazzino.
"Invece sì" aveva ribattuto
Margot. "Invece sì!"
"William!" aveva chiamato
l'insegnante.
Ma questo era il giorno prima.
Ora la pioggia era diminuita, e i bambini si ammassavano contro le grandi
finestre spesse.
"Dov'è la professoressa?"
"Torna subito."
"Farà meglio a sbrigarsi.
Altrimenti lo perdiamo!"
I bambini girarono su loro
stessi, simili a ruote febbrili, tutte raggi in movimento. Margot restava
in disparte. Era una bambina molto esile, che sembrava essersi persa per
anni nella pioggia, tanto che la pioggia le aveva stinto l'azzurro degli
occhi e il rosso delle labbra e il giallo dei capelli. Pareva una vecchia
fotografia che si fosse impolverata dentro un album, sbiadita, e si aveva
la sensazione che se avesse parlato, l'avrebbe fatto con voce spettrale.
Ora se ne stava in piedi, in disparte, a fissare la pioggia e il rumoroso
mondo inzuppato oltre l'enorme finestra.
"Che cosa guardi?, chiese
William.
Margot non rispose.
"Parla, quando ti domando
qualcosa" William le dette uno spintone, ma lei non si mosse. O meglio,
si lasciò muovere da lui e da nient'altro.
Si allontanarono tutti da
lei, perche non volevano guardarla. Margot li sentì andar via. E
questo accadeva perché lei non voleva giocare a nessun gioco nei
tunnel riecheggianti della città sotterranea. Se la chiamavano e
correvano via, lei li osservava, battendo gli occhi, ma senza seguirli.
Quando in aula i bambini cantavano canzoni sulla felicità
e sull'estate, allora le sue labbra si muovevano,
mentre lei guardava la finestra rigata di pioggia. E poi, naturalmente,
il più grosso peccato era che Margot era arrivata dalla Terra solo
cinque anni prima, e ricordava com'era il
sole e com'era il cielo, quando lei aveva quattro anni e abitava nell'Ohio.
Mentre loro, loro erano su Venere praticamente
da quando erano nati: avevano avuto solo due anni quando era spuntato per
l'ultima volta il sole, e avevano dimenticato
da molto tempo il suo colore e il suo calore, e com'era realmente. Ma Margot
lo ricordava.
"È come una moneta"
aveva detto una volta, con gli occhi chiusi.
"No, non è vero!" avevano
gridato i bambini.
"È come un fuoco, aveva
detto ancora Margot. "Il fuoco in una stufa."
"Bugiarda, non te ne ricordi!"
avevano strillato i bambini.
Ma lei ricordava, e restava
silenziosa, in disparte da tutti loro, a guardare le finestre rigate di
pioggia. E una volta, un mese prima, si era
rifiutata di farsi la doccia negli spogliatoi della scuola, si era premuta
le mani contro le orecchie e sul cranio, urlando
che l'acqua non doveva toccarle la testa. E così, dopo di allora,
confusamente, confusamente, aveva capito di
essere diversa e che gli altri sentivano la sua diversità e se ne
tenevano lontani.Si diceva che suo padre e sua madre l'avrebbero riportata
sulla Terra, l'anno dopo. Sembrava vitale, per lei, che lo facessero, anche
se questo avrebbe significato una perdita di migliaia di dollari per la
sua famiglia. E così, i bambini la
odiavano per tutte queste ragioni grandi e piccole. Detestavano la sua
faccia bianca come neve, il suo silenzio ansioso, la sua magrezza e il
suo possibile futuro.
"Vattene!" Il bambino le dette
un altro spintone.
Che cosa aspetti?" Poi, per
la prima volta, Margot si voltò a guardarlo. E nei suoi occhi si
vide che cosa aspettava.
"Be', non aspettare qui, però!"
gridò il bambino, selvaggiamente. "Non vedrai niente!"
Margot mosse le labbra.
"Niente!" gridò il
bambino.
"Era uno scherzo, hai capito?
Vero?" chiese poi, rivolto agli altri. "Oggi non succederà niente,
non è così?" I bambini lo fissarono,
battendo le palpebre, e poi, capendo, annuirono. "Niente, niente!"
"Oh, ma..." bisbigliò
Margot, con espressione indifesa "ma è questo il giorno previsto
dagli scienziati, e loro sanno.
Hanno detto che il sole..."
"Uno scherzo!" ripete il bambino,
e l'afferrò con forza. "Ehi, ragazzi, chiudiamola in un armadio,
prima che arrivi la professoressa!"
"No!" gridò Margot,
indietreggiando.
Corsero ad attorniarla, la
sollevarono, mentre lei dapprima protestava e poi supplicava e poi piangeva,
e la portarono in una galleria, una stanza , un armadio, dove chiusero
lo sportello e girarono la chiave. Poi rimasero a guardare
lo sportello, che vibrava sotto i suoi colpi e sotto il peso del suo corpo
scagliato contro il pannello. Ascoltarono
le sue grida soffocate. Poi, sorridendo, si girarono e tornarono indietro
lungo la galleria, proprio mentre arrivava la professoressa.
"Pronti, bambini?" "Sì!"
rispose ognuno.
"Ci siamo tutti?"
"Sì!"
La pioggia diminuì
ancora di più. I bambini si affollarono sulla porta enorme. La pioggia
smise. Fu come se, in mezzo a un film su una
valanga, su un tornado, su un uragano, su un'eruzione vulcanica, qualcosa
si fosse inceppato dapprima nella colonna sonora, soffocando così
e poi spegnendo ogni rumore, tutti gli scoppi, i tuoni, i rombi;
subito dopo, fu come se avessero strappato la pellicola
dal proiettore, sostituendola con una pacifica diapositiva tropicale,
che non si muoveva, ne vibrava. Il mondo si trasformò in una fotografia.
Il silenzio era così immenso e incredibile
che pareva di avere le orecchie tappate oppure di aver perso l'udito. I
bambini si portarono le mani alle orecchie. Si ritrasse-
ro. La porta scivolò, aprendosi, e l'odore del mondo silenzioso,
in attesa, entrò fino a loro.
Uscì il sole.
Era color bronzo fiammeggiante
ed era molto grosso. E il cielo, attorno, era di un azzurro accecante,
azzurro ceramica. E la giungla era accesa dalla luce del sole, mentre i
bambini, liberati dall'incantesimo, corsero fuori nella primavera, strillando.
"No, non allontanatevi troppo!"
gridò la professoressa. "Abbiamo solo due ore, lo sapete. Non vorrete
farvi sorprendere fuori!" Ma i bambini correvano,
alzando la faccia verso il sole e sentendo il sole sulle guance, come un
ferro caldo; si tolsero le giacche e lasciarono che
il sole bruciasse le loro braccia.
"Oh, è meglio della
lampada solare, eh?" "Molto, molto meglio! " Smisero di correre e rimasero
nella grande giungla che ricopriva Venere, che cresceva e non smetteva
mai di crescere, tumultuosamente, perfino mentre la si guardava.
Era come un nido di polipi, un ammasso di grandi braccia fatte d'erba carnosa,
che in quella breve primavera ondeggiarono
e fiorirono. Era color gomma e cenere, quella giungla, per i molti anni
senza sole. Era color pietra e inchiostro
e ricotta, ed era color luna. I bambini si sdraiarono, ridendo, sul materasso
della giungla, e lo sentirono sospirare e scricchiolare sotto di loro,
elastico e vivo. Corsero in mezzo agli alberi, scivolarono e caddero, si
presero a spintoni, giocarono a nascondino, ma soprattutto guardarono il
sole con gli occhi socchiusi finché non ebbero le guance rigate
di lacrime. Tendevano le mani verso quel giallo e quel sorprendente azzurro,
e respiravano l'aria fresca, fresca, e ascoltavano
e ascoltavano il silenzio che li teneva come sospesi in un meraviglioso
mare senza suoni né movimento. Guardarono tutto e assaporarono tutto.
Poi, come matti, come animali fuggiti dalle caverne, corsero e corsero
, in cerchio, urlando.
Corsero per un'ora e non smisero
di correre. E poi... Mentre ancora correvano, una bambina gemette. Si fermarono
tutti. La bambina, là nella radura, tese la mano.
"Oh, guardate, guardate" disse,
tremando. Si avvicinarono tutti, lentamente, a guardare il palmo aperto.
Al centro di quel palmo, rotonda ed enorme, c'era una goccia di pioggia.
La bambina cominciò a piangere, fissandola. Gli altri
guardarono il cielo, in silenzio.
"Oh, oh." Qualche goccia fredda
cadde sui loro nasi, sulle loro guance, sulle loro bocche. Il sole sbiadì
dietro un turbine di foschia. Il vento soffiò
freddo attorno a loro. Si voltarono e cominciarono a camminare verso la
casa sotterranea, le mani penzoloni lungo
i fianchi, i sorrisi che svanivano. Un rombo di tuono li fece trasalire.
Come foglie prima di un nuovo uragano, parvero
volteggiare. Inciamparono l'uno contro l'altro e corsero. Il lampo saettò
a dieci miglia di distanza, poi a cinque, a uno,
a mezzo miglio.
In un attimo, il giorno si
oscurò, diventando notte.
Per un attimo i bambini rimasero
sulla porta della casa sotterranea, finché piovve a dirotto. Poi
chiusero la porta e sentirono il gigantesco
scroscio della pioggia che cadeva a tonnellate, a fiumi, ovunque e per
sempre.
"Devono passare altri sette
anni?"
"Sì. Sette."
Poi uno di loro cacciò
un gridolino.
"Margot!"
"Come?"
"È ancora nell'armadio
dove l'abbiamo chiusa?"
"Margot."
Rimasero immobili, come se
qualcuno li avesse infissi, simili a pali, nel pavimento. Si scambiarono
delle occhiate, poi distolsero lo sguardo.
Fissarono il mondo esterno, dove ora pioveva, pioveva, pioveva ininterrottamente.
Non riuscivano a guardarsi. Avevano la faccia
pallida e solenne. Si fissarono le mani e i piedi, a testa bassa.
" Margot."
Una bambina disse: "Be' ... ?".
Nessuno si mosse.
"Avanti" sussurrò la bambina.
Camminarono lentamente lungo il corridoio, al rumore
della pioggia fredda. Superarono la soglia e raggiunsero la stanza al rumore
della pioggia e dei tuoni, coi lampi che illuminavano le facce, rendendole
azzurrognole e terribili. Si avvicinarono piano allo sportello dell'armadio,
si fermarono là davanti.
Dietro lo sportello chiuso c'era solo silenzio.
Aprorono lo sportello, ancor più lentamente,
e fecero uscire Mergot.
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Fabrizio Mazza
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