foto di Giulio Vincenzi per BorgoRotondo

NO WAR - Persiceto contro la guerra

Questo spazio è occupato da scritti di giovani e meno giovani contro la guerra
Noi non ci stiamo, no a questa e alle altre guerre.
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formato .doc Io non ci sto di Wolfango Horn
formato .doc In 10 righe di Wolfango Horn
formato .doc La follia di pochi fa tremare il mondo
di Ilaria Nanetti

formato .doc Shock and Awe di Sara Nepoti
formato .doc IMAGINE cantata da J.J. Goldman (FRA)
Khaled (Algeria) e Noah (Israele) (2,1 Mb)


Io non ci sto di Wolfango Horn

Non riesco a togliermi dalla mente un'inquadratura della guerra più recente, quella dell'Afghanistan. Nella polverosa piana di Kandahar, tende militari, il centro ortopedico della Croce Rossa, diretto da un torinese, Alberto Cairo. Lui è la sola persona del Centro ad avere due mani e due gambe. A tutti gli altri, pazienti ed impiegati, medici e tecnici, manca regolarmente qualcosa. Perfino l'uomo delle pulizie è senza una gamba. Uomini giovani con le stampelle, ripresi al rallentatore, che corrono a recuperare le gambe artificiali paracadutate da un aereo. Accaparrarsene una, vuol dire ricominciare a muoversi, una in più, venduta a mercato nero, tre mesi di cibo.
Ragazzi giovani, senza gambe, perché le mine gliele hanno spappolate. Anche da noi in Italia ci sono apprezzatissimi fabbricanti di mine, come la Borletti, che una volta faceva macchine da cucire.
Appena si sfiora una mina, una molla la fa saltare a circa un metro da terra, poi esplode lanciando chiodi e pezzi di ferro. Per questo tanti uomini sono senza gambe, i bambini invece le prendono per giocattoli, le toccano e ci rimettono le braccia e il viso. Agghiacciante, vero? Eppure, quando ci fanno vedere la guerra in tv, di solito sono asettici bagliori verdi sul profilo notturno di una città, tanto simili ai nostri innocui fuochi d'artificio. Ce lo racconta la cronista in giacca mimetica, spesso ripresa davanti ad una finta trincea, ricostruita (potete capire, per la sicurezza) nel cortile di un lussuoso albergo, ben lontano dal conflitto. Così anche le luci sono quelle giuste, e il truccatore può "aggiustare" la giornalista prima della ripresa, che non appaia troppo pallida. Anche l'informazione vuole la sua scenografia, e non deve disturbarci lo stomaco mentre siamo a cena e guardiamo il Tg. La "guerra chirurgica" raccontata nell'altro conflitto e la "guerra preventiva" di oggi sono colossali balle che piacciono tanto ai mezzi di comunicazione, come la foto del gabbiano incatramato dal petrolio del Golfo (in realtà, scattata in Norvegia anni prima) o la bufala delle donne di Kabul che, liberate dal regime dei Talebani, si toglievano il burqa (mai successo).
Però la guerra non è questa. La guerra è orrore, chiedete ai vecchi. La guerra è un incubo fatto di urla, di dolore, di corpi maciullati, di braccia e gambe sparpagliate, di vite strappate. Chiedetelo a quell'infermiere della Croce Rossa Svizzera che, durante l'altra guerra del Golfo, fotografava i pezzi dei cadaveri irakeni abbandonati, nella speranza che qualcuno li riconoscesse, "perché anche loro hanno una famiglia". Chiedetelo ai militari italiani in missione "di pace" in Somalia. Durante i servizi armati di guardia, lasciavano avvicinare i bambini che poi, inaspettatamente, gli tiravano bombe a mano tra i piedi. Sapete quante crisi depressive, quanti crolli psichiatrici ci sono stati tra i nostri militari, costretti a uccidere a raffiche di mitra dei bambini? Non ve lo ha mai raccontato nessuno? Queste cose non le passano in tv. Si rischierebbe un notevole calo di consensi, forse qualcuno si incazzerebbe pure, magari solo per le inquadrature disgustose e ributtanti.
Questa è l'informazione di cui godiamo, militarizzata e di parte, che oggi ci vuole convincere che questa guerra, giusta o sbagliata che sia, è già stata decisa dal massimo potere e che quindi noi, gente comune, non ci possiamo fare niente. L'obiettivo del potere del XXI secolo è ridurci passivi e rassegnati.
Gino Strada dice che "la guerra mediatica è già iniziata". "La guerra era già stata decisa....tutte le immagini trasmesse in tv erano istigazioni a favore dell'intervento militare". Una guerra che sembra sempre più evidente si sia voluta fare a tutti i costi. Non si ammettono soluzioni alternative, non si ascoltano voci diverse, da qualsiasi parte esse provengano.
Nessuno vuole ascoltare chi sottolinea che i legami tra Saddam Hussein e Al Qaeda non sono affatto provati, anzi, il regime di Bagdad è sempre stato nel mirino di Bin Laden, che considerava Saddam Hussein "un traditore infedele", e che vorrebbe vedere al suo posto un califfato islamico.
Ma, al di là di queste considerazioni politiche, io sono fermamente convinto che la sopraffazione, la violenza armata, la guerra sono scelte che seminano e generano solo odio e morte. Soltanto la forza della ragione riesce a superare e risolvere le contese tra le persone e i popoli.
Noi non ci stiamo. Noi non vogliamo la guerra, MAI.
Rivendichiamo l'applicazione dell'art. 11 della nostra Costituzione che recita "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" e per questo ci opponiamo con ogni mezzo pacifico all'intervento militare in Iraq. Manifestiamo in maniera forte e visibile il nostro dissenso, la nostra opposizione, esponiamo alle finestre le bandiere della pace, invitiamo tutti i parlamentari e i partiti democratici a chiedere l'immediata convocazione del Parlamento italiano e a votare contro la guerra, dimostriamo di non essere affatto d'accordo con la politica dei potenti. Non facciamoci convincere che scendere in piazza non serva a nulla: in questa società virtuale, la fisicità e la presenza di un grande corteo è preoccupante per chi pensa di avere il controllo assoluto. Sono bastate 50 mila persone a Seattle per avviare un grande movimento internazionale, da noi la manifestazione del 23 marzo ha spazzato via mesi di propaganda contro l'articolo 18. Quella pacifista di Roma, la più grande del mondo occidentale, ha rivelato di colpo la miseria e il trasformismo vile e compiacente dell'attuale politica estera italiana. Se ognuno di noi urla forte il suo "io non ci sto", non sarà così inutile come ci vogliono far credere.



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