Annibale
Il più importante protagonista della seconda guerra punica fu Annibale, comandante cartaginese, che già alla giovane età di ventinove anni si affacciò sulle Alpi con i suoi elefanti e ventiseimila soldati. Sarà proprio questo geniale stratega che, dopo aver umiliato Roma, verrà, però, battuto e finirà col suicidarsi. Annibale trascorse linfanzia nel clima della sconfitta bruciante subita dal padre, il generale Amilcare Barca, nella prima guerra punica.In lui, incoraggiata dal suo precettore, nacque e si rafforzò, così, unistintiva vocazione alla guerra, che gli permise di passare da figlio del generale che conquistò la penisola Iberica a vendicatore in prima persona. Il pretesto della rivincita glielo fornì Roma, in quanto rispose con una sanguinosa guerra alla provocazione dei Cartaginesi che invasero Sagunto, città in territorio punico, ma che i Romani pretendevano di considerare loro. Questa fu la scintilla che innescò la seconda guerra punica, in cui Annibale cercò di invadere Roma, attaccandola alle spalle. Infatti, partendo dalla Spagna, giunse in Gallia, dove, contando sul malcontento popolare (infatti i Galli erano stati conquistati dai Romani durante lintervallo tra le prime due guerre Puniche) si procurò degli alleati, che ampliarono e rafforzarono il suo esercito. A questo punto Annibale, oltrepassando la catena montuosa delle Alpi, si diresse verso la Pianura Padana, in cui, prima lungo le rive del Ticino e, in seguito, lungo quelle del fiume Trebbia, avvennero le prime grandi battaglie. In questa occasione egli introdusse una nuova tattica militare, costituita dalla manovra avvolgente, che, al contrario dello scontro frontale, si basa sullaccerchiamento del nemico. Il primo a sperimentare lefficacia dellinnovazione di Annibale fu appunto lesercito Romano, di cui vennero fatti prigionieri o uccisi addirittura quindicimila soldati, costringendolo, così, a ritirarsi con successiva conquista cartaginese della Gallia Cisalpina. Annibale continuò, poi, la sua avanzata verso Roma e questultima, cercando di impedirne lavvicinamento, gli mandò in contro un suo esercito; dunque il comandante punico, cambiando registro, organizzò unimboscata al lago Trasimeno: i Romani vennero tratti in un tranello fra il lago e la collina e si trovarono circondati su ogni fronte. Durante lo scontro vi furono altri quindicimila morti dellarmata romana, ma Annibale pensò di non essere ancora pronto per attaccare la metropoli sua nemica. Così si limitò ad attraversare la penisola saccheggiando le varie città incontrate e cercando invano altri alleati. Annibale si trovò ad affrontare nuovamente i Romani a Canne (pianura pugliese), egli ricorse, per lennesima volta, ad una tattica avvolgente, favorita dalladozione, da parte del nemico, di uno schieramento compatto per reggere lo scontro frontale, che erroneamente avevano previsto. Furono quasi cinquantamila i morti e quasi ventimila i prigionieri, ma Roma non accettò di scendere a patti, anzi ebbe unintuizione che fu fatale per i Cartaginesi, quella di trasferire la battaglia sulle coste dellAfrica, mettendo in difficoltà Cartagine, sprovvista dellesercito. Così Annibale fu costretto a tornare in patria dove affrontò lesercito romano nellultima e decisiva battaglia: infatti, dopo la vittoria-capolavoro di Canne, Zama fu la sconfitta-capolavoro. Poichè, anche se Annibale diresse manovre magistrali, come lavvolgimento, lattacco, la finta ritirata e laccerchiamento dellesercito nemico, la battaglia, per lui, si concluse tragicamente. Ritroviamo questo grande ex-comandante, ormai sconfitto e cinquantenne, in Bitinia, dove rischia di venire consegnato ai Romani; ma questa è una fine troppo umiliante per Annibale, che invece di essere ucciso per mano dei suoi più grandi nemici, preferisce togliersi la vita lui stesso.
Valentina Mazzoni Manuela Proni
DIDONE DI EROI, REGINE, TESORI, E AMORI PERDUTI
Secondo il poeta Virgilio, Didone, regina di Cartagine, era di una bellezza trionfante e superiore nellincedere a tutte le dee, una donna di potere, fondatrice di una città che avrebbe per secoli conteso a Roma il primato, una città che i greci hanno odiato e combattuto e i romani cancellata infine dalla faccia della terra. Didone è per lui sempre la "pulcherrima" donna bionda, alla quale Zeus ha concesso la grazia di fondare una nuova Tiro e domare col diritto e la legge popoli alteri. Soccombe per amore, abbandonata geme, scaglia maledizioni, recrimina; da Enae avrebbe voluto un bambino, per vederlo giocare nelle stanze del palazzo, così non sarebbe stata tanto delusa. Forse se quel bambino fosse stato concepito, avrebbe non soltanto lenito le pene della regina, ma cambiato il corso della storia, perché Cartagine e Roma sarebbero state non nemiche, ma sorelle. Ma Didone, in fin dei conti, chi era? Siano leggenda o storia, le avventure di Elissa, nome reale di Didone, si situano intorno al IX secolo. A Tiro, morto il re Matten, gli succedettero sul trono i due figli, Pigmaglione ed Elissa, la quale aveva sposato lo zio materno Aharba. Ma Pigmaglione, poco disposto a dividere il potere con la sorella e geloso delle immense ricchezze accumulate dallo zio nonché cognato Aharba, lo fa uccidere. Elissa che doveva risiedere sul continente, pensa di fuggire con un gruppo di fedeli e con i tesori di Aharba, ma non ha navi. E allora escogita uno stratagemma: chiede a Pigmaglione un incontro per tentare di addivenire a un accordo e il fratello manda navi e marinai a prenderla. Di notte, aiutata dai suoi, Elissa carica di nascosto loro a bordo e mette sacchi e sacchi colmi di sabbia sul ponte facendo credere che in quei sacchi era contenuto tutto loro del marito. Dopo che le navi sono salpate, Elissa gemente comincia a invocare lo sposo assassinato, lo prega di riprendersi loro del quale il fratello non è degno e, aiutata dai suoi, getta i sacchi di sabbia in mare. Gli uomini mandati da Pigmaglione allibiscono, capiscono che mai potranno presentarsi al cospetto del re senza il tesoro e così spiegano le vele e fanno rotta verso Cipro, proprio come Elissa aveva sperato. Qui li attende una bella sorpresa, sempre orchestrata dalla regina: ottanta belle ragazze sono ad attenderli sulla spiaggia e si dichiarano disposte a serguirli ovunque. Nel frattempo i marinai hanno saputo che il tesoro è ancora a bordo e non hanno più esitazioni: con loro e le ragazze sono disposti a seguire Elissa nellimpresa di fondare una nuova città. Arrivano in Africa e la regina concorda con i nativi lacquisto di un terreno ampio quanto la pelle di un bue ma, lastuta, fa tagliare la pelle in striscioline sottilissime che bastano a circondare tutta la collina sul promontorio di quella che sarà Cartagine. Tutto bene se non fosse che il re di uno stato vicino, Iarbas, chiede la mano della regina, minaccia che se non sarà sua sposa scatenerà una guerra. Elissa chiede tre mesi di tempo, fa innalzare una pira per offrire sacrifici al defunto marito, vi sale in cima e si trafigge con una spada, proprio come la Didone di Virgilio, ma non per amore di Enea. E un suicidio che afferma la volontà di perpetuare la propria opera, non è il gesto disperato e vendicativo di chi si sente sconfitto. Con questo non si vuole sostenere che questa sia la vera storia di Elissa-Didone, ma si vuole dimostrare che Didone era una donna forte, adatta a regnare sul popolo cartaginese.
IL SUICIDIO DI DIDONE
Il IV libro dellEneide, è dedicato interamente Didone, regina di Cartagine. Esso è diviso in vari racconti, che ci ripromettiamo di riassumere approfondendone uno in particolare, cioè quello dedicato al "Suicidio di Didone". LEneide, allinizio del IV libro, narra di come le dee Giunone e Venere escogitano uno stratagemma per unire in matrimonio Enea e Didone; così durante una battuta di caccia li fanno incontrare e questi, apparentemente innamorati uno dellaltro, si promettono reciproco amore. Ma Enea non si sente strettamente legato in un vero e proprio vincolo coniugale. Giove però viene a conoscenza del fatto da Iarba, suo figlio e pretendente di Didone che protesta col padre, il quale manda Mercurio come messaggero da Enea per ricordargli i doveri che aveva verso la sua patria, cioè lItalia. Enea, smarrito e angosciato, decide di partire allinsaputa di Didone, ma lei scoprendolo cerca di fermarlo senza riuscirci. Da questo punto in poi la vita di Didone si trasforma in un inferno, pieno di angosce e terrori, tanto da arrivare al suicidio. Ora vi illustriamo questultima parte che a noi è sembrata la più interessante: "Allalba la regina, dallalto della sua rocca, vede la flotta troiana che a vele spiegate si allontana dal porto, rimasto vuoto e silenzioso. E presa da uno scoppio di disperazione e dira. Pensa per un momento di inseguire i troiani e dare alle fiamme la loro flotta; poi riflette che il suo proposito è folle, che per la vendetta è ormai troppo tardi. E allora con una preghiera forte e solenne, invoca il sole, Giunone, Ecate e altre divinità perché puniscano la perfidia di Enea: se è destinato che egli arrivi in Italia, in quel paese sia tormentato da nuove guerre, veda molti dei suoi compagni morire, muoia anche lui prima del tempo; nei secoli futuri un odio eterno divida i Cartaginesi e i discendenti dei troiani, e dalle ossa della regina sorga un giorno un vendicatore che metta a ferro e a fuoco le terre abitate dalla stirpe di Enea. Pronunziata questa maledizione tremenda, la regina, in grande agitazione, fa allontanare una persona cara che laccompagna, una nutrice del primo marito, con lordine (che è però solo un pretesto) di andare a chiamare Anna per la cerimonia magica. Poi, cogli occhi iniettati di sangue, col viso pallido e chiazzato di macchie sanguigne, sale furente sul rogo ed estrae la spada di Enea. Davanti agli oggetti appartenuti alluomo amato lassale per un momento il ricordo delle gioie di un tempo; e ripercorre con uno sguardo la sua vita, vita di cui è orgogliosa per le grandi imprese compiute e che sarebbe stata felice se i troiani non fossero mai giunti su quelle spiagge. Dopo quelle parole bacia il letto e con la spada si trafigge, augurandosi che Enea porti con sé come sinistro presagio la vista delle fiamme che tra poco avvolgeranno il rogo. Alla vista improvvisa del sangue e della regina accasciata, le ancelle levano alte grida, che riempiono la reggia; la notizia della morte della regina si espande per tutta la città, che viene sconvolta come se fosse stata invasa dal nemico. A precipizio, atterrita, giunge Anna, che avrebbe voluto essere vicina alla sorella nella morte e morire con lei: ella esprime no6n soltanto il dolore proprio, ma anche quello di tutto il popolo, che si sente coinvolto nella rovina della sua sovrana. Sale rapidamente sul rogo, abbraccia la sorella che lotta con la morte. Giunone è presa da pietà per la lunga straziante agonia della regina: manda quindi giù dal cielo Iride, avvolta nellincanto dei suoi mille colori, e Iride, con la solennità di un atto rituale, taglia dal capo di Didone il capello a cui è legata la vita: allora lanima della regina si scioglie dal corpo e dilegua nei venti."
DAddieco Tamara Polli Sara