IL GIOVANE DI MOZIA

Introduzione

il giovane di Mozia Il cosiddetto "giovane di Mozia" è una statua di valore inestimabile ritrovata nell’omonima isola al largo delle coste occidentali della Sicilia, più precisamente Mozia è una delle quattro piccole isole che sorgono nello stretto braccio di mare prospiciente la cittadina di Marsala (TP), noto come "Stagnone" proprio perché qui il mare ha un fondale basso e si presenta simile ad un grande acquitrino; anche la costa, fatto insolito per la Sicilia, è particolarmente bassa e piatta, molto sfruttata sin dall’antichità per la produzione del sale, di cui ancora oggi si vedono lungo le rive del mare grandi "covoni", in un paesaggio reso suggestivo anche dall’insolita presenza di alcuni mulini a vento.
Fu proprio qui, durante una missione archeologica condotta per l’Università di Palermo dal Prof. Vincenzo Tusa, che fu fatta una grande scoperta: una statua a prima vista di fattura greca, scolpita in marmo anatolico, rappresentante un giovane in atteggiamento vittorioso.
La statua è alta 1.81 cm, ma mancano i piedi, perciò doveva essere anche più alta. Nonostante sia priva anche delle braccia, gli archeologi, in base all’attaccatura degli omeri, sono riusciti a ricostruire quella che probabilmente doveva essere la posizione degli arti superiori: il braccio destro proteso verso l’alto sorreggeva una corona o una lancia in segno di vittoria; sicuramente il braccio sinistro, invece, era piegato verso il basso e appoggiato sul fianco, come testimoniano le dita ancora attaccate al torace. Notevole, a questo proposito, è stata la capacità dell’artista di trasmettere il senso della pressione esercitata dalla mano sulla carne del fianco.
Il viso non si è conservato perfettamente, a differenza della testa e dei capelli, questi ultimi si presentano a riccioli, disposti su tre file; sulla calotta cranica si possono poi osservare tre fori, segno che probabilmente il giovane portava un copricapo o forse una corona d’alloro, simbolo di vittoria. Ma la parte più interessante è sicuramente la veste. Essa si presenta come una lunga tunica ricca di pieghe, abito tipico dell’uomo fenicio. L’artista voleva evidentemente rappresentare un tessuto leggero perché, nonostante il giovane sia ricoperto per intero dalla tunica, le fattezze del suo corpo si intuiscono distintamente. Un altro particolare della veste ci riconduce in ambiente fenicio, ed è l’alta fascia all’altezza del petto, stretta da una fibbia sul davanti.
Secondo l’ipotesi avanzata da Vincenzo Tusa la statua è di fattura greca, ma il soggetto è fenicio; si tratterebbe di una statua celebrativa in onore del vincitore di una gara sportiva, commissionata da un cliente fenicio ad un artista greco forse stanziato a Mozia o in una delle vicine colonie greche, o ancora potrebbe trattarsi di uno scultore fenicio che lavorava però alla "maniera" greca. Tutto ciò, comunque, testimonia a favore di un importante processo di SINCRETISMO fra queste due civiltà che convivevano in Sicilia e le cui culture erano in stretto contatto l’una con l’altra.
La statua del giovane di Mozia ci permette, a questo punto, di realizzare un’ampia panoramica storica che racchiude in sé più secoli e più culture, di cui indico per sommi capi gli argomenti principali.
Cominciamo intanto dando qualche cenno storico riguardante appunto l’isola di Mozia. Le tracce dell’insediamento fenicio risalgono circa al secolo VIII, periodo in cui sia i Greci sia i Fenici, appunto, cominciano l’occupazione di tutta la Sicilia, escluse le zone dell’entroterra.
Mozia fu anche una vera e propria città e ciò è molto significativo perché i Fenici erano soliti costruire semplici scali commerciali che raramente diventavano città.
Durante il secolo VIII a.c. in Sicilia ci furono numerose fondazioni di colonie da parte di Fenici e Greci; queste conquiste si inseriscono però in un quadro più ampio, dal momento che questi due popoli si spinsero su quasi tutte le coste del Mediterraneo occidentale; i Greci si stabilirono nell’Italia meridionale (da loro chiamata Magna Grecia) e appunto in zone della Sicilia. I Fenici invece occuparono le coste del Nord Africa, la Spagna meridionale, la Sardegna e la rimanente parte della Sicilia. Se uguale era la volontà espansionistica di questi due popoli, diversi erano i motivi che li spingevano a ciò: i Fenici si spostavano unicamente per ragioni economiche dettate dai loro ricchi commerci; i Greci si spostavano invece per motivi demografici e politici oltreché economici: demografici perché la popolazione greca era in costante crescita e quindi si dovevano cercare nuovi spazi vitali altrove, politici perché nelle città greche erano in corso conflitti di natura politico-sociale che spingevano gruppi della popolazione a migrare.
Un altro fattore comune a tutti e due i popoli era infatti l’invenzione" della città-stato, da cui scompare la figura del sovrano, sostituito da una struttura politica allargata, che prevedeva la partecipazione se non di tutti, quantomeno di molti cittadini; qui gli organismi dirigenti erano costituiti da comuni cittadini, il più tipico di questi organi, infatti, era l’assemblea del popolo.
Ritornando ai viaggi di questi due popoli antichi, è importante aggiungere che i Fenici navigavano non solo per tutto il Mediterraneo. Infatti secondo alcuni racconti, sarebbero riusciti a circumnavigare l’Africa e a raggiungere a Nord la Gran Bretagna e l’Irlanda, come sempre alla ricerca di nuovi mercati.
I contatti con popoli diversi contribuirono ad accrescere le conoscenze e l’abilità artistica dei Fenici, come dimostra il fatto che essi non avevano un’arte ben definita; erano un popolo eclettico, estremamente dinamico e aperto, che prendeva spunto da altre culture, questo spiega perché la scultura del giovane di Mozia pur essendo stata eseguita probabilmente in ambiente fenicio presenta caratteri tipici della scultura greca. Ma torniamo ora a parlare della divisione del Mediterraneo e in particolare prendiamo in considerazione la parte occidentale del mare; qui oltre ai Greci e ai Fenici vi erano anche altre importanti presenze, come gli Etruschi che si erano stanziati nel Tirreno settentrionale e si erano anch’essi dedicati all’attività dei commerci via mare.
Ma il popolo che cambierà la storia del Mediterraneo è quello dei Romani, la cui presenza cominciò a diventare sempre più evidente e pericolosa a partire dalla fine del IV sec.- inizi del III. Lentamente ma in modo inarrestabile i Romani riuscirono a soppiantare le altre civiltà del Mediterraneo.
Il popolo che più a lungo e più tenacemente cercò di contrastare Roma fu proprio quello Fenicio e particolarmente la città di Cartagine, un’importantissima colonia sulle coste tunisine, fondata secondo la leggenda da una donna, la regina Didone, venuta in Africa da Tiro. Il conflitto che si andava profilando era di fondamentale importanza perché in gioco c’era il dominio del Mediterraneo. Le guerre puniche si svolsero a più riprese: la prima durò dal 264 al 240 a.c., la seconda dal 218 al 202 a.c., la terza dal 149 al 146 a.c. e si conclusero con la vittoria finale dei Romani che da quel momento non ebbero più avversari sul cammino della conquista di tutto il Mediterraneo.
Senza però un’altra importantissima figura queste guerre probabilmente avrebbero avuto un esito diverso: Annibale. Annibale era figlio del comandante Amilcare che già aveva combattuto nella prima guerra punica, egli perciò aveva nutrito fin da bambino un profondo odio verso i Romani. Egli riusci a infliggere ben quattro sconfitte ai suoi avversari, venendo però a sua volta battuto da loro, e in modo definitivo, a Zama in Africa.
La vittoria finale romana significò la vittoria di nuove forze sull’antico predominio punico e diede il via ad una nuova età del mondo antico.

Bonfiglioli Nicola

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