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La vita
Nacque intorno al 492 a. C. nella città di Agrigento (Akragas). Capeggiò la fazione democratica della sua città; esiliato nel Peloponneso si recò ad assistere alla fondazione di Turi, dove incontrò Protagora, Erodoto e Ippodamo.
Secondo l’uso arcaico egli scrisse in versi le sue dottrine, uno dei suoi poemi fu Sulla Natura (Perì Fyseos) che trattava argomenti cosmologici e naturalistici, infatti egli si dedicava all’osservazione di fenomeni naturali di botanica, zoologia e fisiologia.
Fu uno studioso della physis, un teorico di biologia, un oratore, un profeta, un taumaturgo e un grande medico; gli si attribuisce la scoperta del labirinto dell’orecchio interno e la costruzione di una scuola di medicina scientifica.
Sembra anche che fosse un esperto ingegnere e come tale deviò le acque del fiume che attraversava la città di Selinunte distrutta dalla pestilenza.
Secondo la leggenda morì nel 432 a. C. circa, gettandosi nel cratere dell’Etna per far credere di essere stato accolto dagli dei, ma un suo sandalo rigettato dal vulcano avrebbe palesato la verità.
Il pensiero
Empedocle formula nei suoi versi la teoria dei quattro elementi o "radici" di tutte le cose: terra, acqua, aria e fuoco.
Essi si compongono e si disgregano attraverso due forze di attrazione e repulsione: amore o amicizia ed odio o discordia.
Gli elementi di Empedocle non sono intesi nello stesso modo in cui erano ritenuti dai filosofi della Ionia, infatti egli non considera ognuno come un archè, ma sono i mezzi attraverso i quali si è formata tutta la realtà che ci circonda.
In tal senso, per esempio, Empedocle cercò di stabilire la quantità delle diverse radici nella costituzione degli esseri particolari, concludendo che le ossa sono formate da due parti di terra, due di acqua e quattro di fuoco. Così l'uomo, come tutte le altre cose, è composto dalle stesse sostanze di cui è formata la realtà intorno a noi.
In connessione con questa teoria, Empedocle immagina che il cosmo sia soggetto ad uno sviluppo ciclico suddivisibile in quattro fasi: due iniziali, caratterizzate dal prevalere dell'odio e dell'amore, e altre due come fasi di passaggio. L'universo si sarebbe creato, secondo il filosofo, dal prevalere dell'amore che ha formato i pianeti che noi conosciamo; noi ora stiamo vivendo in una fase intermedia in cui sono presenti sia l'odio che l'amore, e quando prevarrà totalmente l'odio allora l'universo avrà fine.
Il pensiero di Empedocle riguarda anche la teoria della metempsicosi : gli esseri scontano le loro colpe mediante una serie di reincarnazioni; solo gli uomini che sapranno purificarsi potranno tornare a dimorare tra gli dei, poiché l'anima è ritenuta di origine divina.
Il papiro ritrovato
Ad Empedocle sono attribuite due opere: Sulla Natura e le Purificazioni; esse trattano rispettivamente di filosofia della natura e di un argomento a carattere magico-religioso.
Purtroppo, dei ben cinquemila versi che costituiscono queste opere, ci sono pervenuti solo quattrocentocinquanta esametri attraverso le citazioni che ne fanno gli autori antichi.
Un'importante scoperta, fatta nella biblioteca di Strasburgo da parte del grecista belga Alain Martin, approfondisce le conoscenze sul filosofo presocratico. Infatti in un papiro databile intorno alla fine del primo secolo dopo Cristo, lo studioso ha identificato i resti di un libro antico contenente il poema Sulla Natura, restituendoci così altri settantaquattro esametri.
Il papiro, dopo varie peripezie, si era lacerato in cinquantadue frammenti che in seguito furono assegnati alla biblioteca di Strasburgo, abbandonati al tempo ed alla polvere, finché non è stato definitivamente ricomposto da Martin nel 1994.
Questo ritrovamento è da considerarsi importante, in quanto ha consentito di integrare nel ciclo cosmico di Empedocle il racconto magico-religioso delle Purificazioni, in modo che quest'ultimo aspetto risulta in un rapporto di complementarietà con quello scientifico presente nel poema Sulla Natura.
Questo ci porta a ritenere che i due titoli riportati dalla tradizione non si riferiscano a due opere diverse, bensì alla stessa.
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L'Orfismo Nella seconda metà del VI sec. a. C. ad Atene e nella Magna Grecia, si svilupparono dei movimenti che raccoglievano coloro che decidevano di vivere secondo le regole di Orfeo o di Dioniso. Quest'ultimo era una delle divinità più importanti del mondo ellenico; figlio di Zeus, fu ispiratore delle correnti misteriche dell'età antica (misteri dionisiaci, eleusini e orfici); fu animatore del genio artistico del popolo (poesia, teatro, danza). Era il dio della natura incontaminata, della foresta, dell'ebbrezza e delle forze vitali, una divinità i cui culti erano privati e personali; vi erano donne, le baccanti, che si abbandonavano a danze sfrenate e passionali per avere un diretto contatto con questa divinità.
Orfeo era una figura che si riflette nell'immagine di Dioniso. Si racconta che Orfeo, come altre divinità, fosse disceso nell'Ade per riportare in vita la moglie Euridice, uccisa dal morso di un serpente, ma che fallì nell'impresa in quanto non rispettò il divieto di guardarle il volto durante il cammino dal mondo degli inferi a quello dei vivi.
Sono stati ritrovati numerosi libri ispirati all'orfismo, sia a Tessalonica che in Grecia. In particolare sul petto di un corpo esanime è stato scoperto il più antico libro greco, che probabilmente, nelle intenzioni, doveva essere utilizzato nell'aldilà. La dottrina orfica influenzò notevolmente la filosofia greca (Empedocle, Pitagora e Platone) poiché predicava l'esistenza di una doppia natura umana: una divina, l'anima, e l'altra terrena, il corpo. Quest'ultimo era considerato come un ostacolo alla redenzione e uno strumento di peccato. La vita era vista come una punizione per aver commesso opere ingiuste: infatti se l'uomo non conduceva una vita rigorosa e non era riuscito a purificare l'anima, questa, alla morte del corpo, si reincarnava nuovamente. Il processo assumeva il nome di metempsicosi e aveva termine solamente quando l'anima pura poteva ricongiungersi con il divino.
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