(Frequently Asked Questions)
Del resto, a dire anche una parola sulla dottrina di come dev'essere il mondo, la filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell'e fatta. Questo, che il concetto insegna, la storia mostra, appunto, necessario: che, cioé, prima l'ideale appare di contro al reale, nella maturità della realtà, e poi esso costruisce questo mondo medesimo, colto nella sostanza di esso, in forma di regno intellettuale. Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e, dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.
1. Perché nella filosofia hegeliana il finito si risolve nell'infinito?
2. Che cosa significa "tutto ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale?
4. Quali sono le differenze più rilevanti tra la filosofia di Kant e la filosofia di Hegel?
7. Perché la filosofia della natura è considerata il "tallone d'Achille" del sistema hegeliano?
9. Che cosa intende Hegel per società civile e per stato?
10. In che modo Hegel intende il rapporto tra l'individuo e lo stato?
12. Che ruolo svolge lo spirito
assoluto nel sistema di Hegel
La risoluzione del finito nellinfinito è da sempre considerata una delle tesi di fondo dellidealismo hegeliano. Con questa teoria egli intende dire che la realtà non è un insieme di sostanze autonome, che sussistono separatamente, ma un organismo unitario, di cui tutto ciò che esiste è semplice manifestazione. Tale organismo coincide con lAssoluto o Infinito, mentre le varie manifestazioni di esso rimandano allo stesso Infinito. Di conseguenza, il finito, come tale, non esiste in quanto ciò che noi chiamiamo finito non è altro che espressione, modo d'essere dellinfinito.
Stefano Albertini, Silvia Picchioni
Con questo aforisma Hegel intende riassumere quello che costituisce uno dei capisaldi del suo sistema, cioè lidentità tra Ragione e realtà. La Ragione (il razionale) è reale in quanto si attua nella realtà in forme concrete; essa non rimane un concetto astratto, ideale, ma è riscontrabile nel mondo concreto poiché ogni fatto che si realizza ha la ragione del suo verificarsi. Daltra parte tutto ciò che esiste (il reale) è manifestazione concreta della Ragione; nella realtà infatti, non cè posto per qualcosa che non sia pensiero, poiché ogni evento segue magari inconsapevolmente una certa struttura razionale. Non esiste contrasto e nemmeno differenza tra la Ragione e la realtà: ciò che accade è giusto, è logico e naturale che accada (giustificazionismo francamente discutibile). Da qui, in Hegel, lidentità tra essere e dover-essere, diversamente dalla soluzione kantiana.
Michela Serra
La dialettica, oltre ad essere la legge logica di comprensione della realtà e la legge ontologica di sviluppo della realtà, è anche la legge che regola il divenire e per questo è legata indissolubilmente ad esso. Inoltre secondo Hegel pensare dialetticamente significa pensare alla realtà come ad un insieme di processi che procedono secondo lo schema fisso di tesi, antitesi e sintesi, ovvero affermazione di un concetto, sua negazione e infine unificazione di affermazione e negazione in una sintesi superiore. Riaffermazione che viene identificata da Hegel con il termine tecnico Aufhebung, il quale evidenzia lidea di un superamento che è sia un togliere, in quanto appunto qualcosa viene negato, sia un conservare, dato che Hegel intende la sintesi come mediazione, come unità del contraddittorio. Ogni sintesi ottenuta poi rappresenta a sua volta un nuovo punto di partenza: la tesi a cui si contrappone unaltra antitesi, da cui si svolge unulteriore sintesi e così via. La dialettica arriva così ad esprimere un processo che porta a raggiungere lobiettivo di Hegel, ovvero la riunificazione del molteplice in una totalità sistematica.
Andrea Fregni, Davide Serra
"Uno dei punti di vista capitali della filosofia critica è, che prima di
procedere a conoscere Dio, l'essenza delle cose, ecc., bisogni indagare la facoltà del
conoscere per vedere se sia capace di adempiere quel compito [...] Voler conoscere
dunque prima che si conosca è assurdo, non meno del saggio proposito di quel tale
Scolastico, d'imparare a nuotare prima di arrischiarsi nell'acqua". (Enciclopedia
delle scienze filosofiche, Bari, 1966, pag. 55)
Questo famoso e sarcastico aforisma di Hegel ci fa intuire la radicale differenza tra i
due grandi pensatori tedeschi: se in Kant prevale, anche alla luce di una tradizione
filosofica, che rimanda ad esempio a Locke, una impostazione gnoseologica, un
preliminare interrogarsi sui limiti della conoscenza umana, in Hegel proprio questi
limiti vengono abbattuti a favore di una conoscenza, di una ragione infinita,
annunciata dalla rivoluzione filosofica dell'Idealismo.
Se in Kant noi possiamo conoscere mediante le forme a priori dello spirito (spazio,
tempo, le categorie, l'io penso), che sole possono giudicare il materiale empirico e
quindi permetterci una conoscenza scientifica del mondo fenomenico, questo comporta un
insieme di conseguenze metodologiche: la conoscenza pura è distinta dalla conoscenza
empirica, il mondo fenomenico è diviso dal mondo noumenico, la sensibilità è altro
rispetto all'intelletto, e il mondo noumenico, la cosa in sè, va al di là della
possibilità di conoscenza propria dell'uomo. Al contrario, in Hegel, ragione pura e
conoscere empirico (il razionale e il reale) non sono separabili, sensibilità e
intelletto sono momenti dialettici di uno stesso processo, fenomeno e noumeno perdono la
loro distinzione, dato che il concetto di cosa in sè, come di una realtà non
conoscibile, viene a cadere. Con Hegel viene meno, insomma, la distinzione tra piano della
realtà e piano del pensiero, dal momento che al di là del pensiero, della soggettività
non vi è alcuna realtà indipendente.
Il punto più manifesto del disaccordo è forse rappresentato dalla cosmologia razionale:
secondo Kant la ragione giunge a proposizioni contraddittorie sul mondo (e quando il mondo
viene trattato come totalità diventa un ente metafisico, non più scientifico),
affermando, ad esempio, sia che la materia è composta di parti semplici, sia che la
materia è infinitamente divisibile. Per Kant questa contraddizione della ragione con se
stessa è una dimostrazione lampante della vacuità della metafisica (cioè di una ragione
infinita, svincolata dai limiti del fenomenico). Per Hegel invece il contraddittorio
diviene il motore stesso della ragione: di una ragione infinita, intesa come totalità e
processo, coincidente con la stessa realtà.
Vi sono altre differenze tra i due pensatori. In particolare sul pensiero etico-politico
(si pensi ad esempio alla diversa considerazione della guerra), ma qui si volevano
sottolineare gli aspetti filosofici più generali, anche se non è possibile evitare
un'ultima considerazione. Nella ragion pratica, per Kant Dio è un postulato, è cioè un
ideale indimostrabile e trascendente rispetto alla nostra vita. Per Hegel il divino è la
stessa totalità, il processo immanente, la ragione infinita che si dispiega nel
reale, in cui Dio e uomo finiscono per coincidere. Ma questa coincidenza implica che il
senso dell'esistenza non può essere cercato in un orizzonte esterno al mondo in cui
l'uomo vive.
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La coscienza infelice può essere condiderata il concetto chiave della Fenomenologia
dello Spirito, perché solo tramite essa si giunge dialetticamente alla conciliazione e
alla fusione tra il finito e l'infinito.
La coscienza, infatti, raggiunge il suo stato di massima infelicità nel momento in cui si
presenta una separazione tra il mutevole e l'immutabile, tra la realtà sensibile e la
realtà ultrasensibile.
Tale scissione risulta esplicita nella radicale separazionetra l'uomo e Dio, quando l'uomo
aliena se stesso per proiettarsi e conferire valore solo in Dio. Nascono così le
religioni, storicamente rappresentate dall'Ebraismo e dal Cristianesimo medievale; tali
credenze non consentono però di soddisfare la pretesa umana di cogliere in una presenza
particolare e sensibile un Assoluto che si dimostra irraggiungibile.
L'infelicità della coscienza viene descritta da Hegel tramite il seguente percorso:
1) la devozione: in cui il pensiero religioso è costitutivamente incapace di
elevarsi a concetto;
2) il fare, l'operare: in cui la coscienza cerca di esprimersi nel mondo e
nel lavoro, rinunciando ad un contatto immediato con Dio, ma finendo per riconoscere come
appartenenti a Dio le proprie opere;
3) la mortificazione di sè: in cui si consuma la totale negazione ascetica dell'io
a favore di Dio.
Ma il punto più basso e più infelice di questo travagliato cammino trapassa
dialetticamente nel punto più alto, nel momento in cui la coscienza, tentando invano di
raggiungere Dio, si rende conto di essere Dio, l'universale, il soggetto assoluto.
Lisa Lamberti
Ogni auto coscienza ha la necessità di essere riconosciuta dalle altre, con le quali entra in rapporto. Questo rapporto però non si basa sull'amore, ma sul conflitto, in quanto il riconoscimento implica dolore, separazione e sofferenza. Nel conflitto l'autocoscienza, che pur di essere riconosciuta non teme la morte, diventa signore, mentre quella, che pur di aver salva la vita rinuncia al riconoscimento, diventa servo. Ma questo rapporto servo-signore si inverte: il signore diventa dipendente dal lavoro del servo mentre il servo, controllando i propri istinti, diventa indipendente dal proprio lavoro. L'acquisizione di indipendenza da parte del servo avviene attraverso tre fasi: l'angoscia della morte, il servizio e il lavoro. Il servo ha avuto paura non di una cosa precisa, ma della perdita della propria essenza; ha così compreso di essere un'entità indipendente e separata dalle cose esterne ed ha raggiunto la consapevolezza di sé. Tramite il servizio si è autodisciplinato ed ha imparato a controllare e vincere i propri bisogni. Infine attraverso il lavoro si è reso indipendente da ciò che produce, dando ad esso la propria forma imprimendo nel mondo la propria immagine, trasformandolo. Modellando il mondo il servo rende dipendente da sé il signore che vive in esso e ha bisogno delle cose che lo circondano. La dialettica sevo-signore è stata più volte ripresa da vari filosofi, in modo particolare dai marxisti, dagli esistenzialisti, tra cui Heidegger e Sartre. Naturalmente i marxisti hanno sottolineato la tematica dell'importanza del lavoro. Bisogna sottolineare però che Hegel non giunge a prospettare la rivoluzione politico-sociale, ma si ferma alla coscienza della indipendenza del servo e della dipendenza del signore da lui. La filosofia di Heidegger riprende il tema dell'angoscia della morte, sottolineando come essa sia alla base del raggiungimento della consapevolezza di sé. Il servo ha avuto paura della morte e da ciò deriva la sua sottomissione. Dal riconoscimento che la morte è una parte dell'Esserci nasce l'angoscia che condiziona l'esistenza quotidiana la quale viene dunque vista come una fuga dalla morte. Per finire Sartre pone l'accento sul carattere conflittuale del rapporto fra le coscienze che non possono confrontarsi se non attraverso una rottura.
Federico Bindani, Matteo Rovatti
La trattazione della filosofia della natura è concettualmente più debole, per la svalutazione che Hegel operò nei confronti della realtà naturale e delle scienze empiriche. Da un lato il filosofo tedesco presenta il passaggio da idea a natura come una sorta di caduta dell'Idea, perché antitesi; dall'altro come suo potenziamento in quanto prima realizzazione dell'Idea. Pensare alla natura in questo modo non è certo agevole: questa doppia e contraddittoria concezione della Natura rende questo passaggio il punto più oscuro della filosofia hegeliana.
Alessandro Anderlini, Christian Di Loreto
Come si sa, l'impostazione morale kantiana si fonda sull imperativo categorico,
ovvero su quella legge di tipo formale che indica il modo in cui dobbiamo agire. L
impostazione morale kantiana è quindi basata sulla contraddizione tra essere e dover
essere in quanto ognuno di noi nellagire deve conformarsi alla massima universale e ad esempio considerare l'altrui
persona sempre come fine e mai come mezzo; questo rende difficile, vista la tensione tra impulsi e legge del dovere, se non impossibile realizzare la felicità.
Hegel nel formulare il proprio sistema inserisce la morale all'interno dello spirito oggettivo,
che agisce a livello sociale distinguendolo in tre momenti: il diritto astratto (tesi), che è la
manifestazione del valore del singolo individuo e concerne quindi lesistenza esterna
della libertà delle persone; la moralità (antitesi), che è la sfera della volontà soggettiva
quale si manifesta nellinteriorità e spinge allazione; leticità (sintesi), che è la realizzazione del bene
(tramite la famiglia, la società civile e lo Stato). Nella filosofia di Hegel il momento
della moralità rimanda a Kant: entrambi i filosofi mostrano come questo momento porti al conflitto tra la virtù e la felicità, alla scissione tra la soggettività legata ai valori e il bene come si realizza concretamente. Tale
conflitto che Kant non riesce e non vuole risolvere, data la tensione ineliminabile tra l'individuo e il corso delle cose, viene superato nella filosofia hegeliana grazie
all eticità: ovvero alla realizzazione di sè nell'ambito famigliare, nella società e nella dimensione dello stato.
Elena Lodi, Michele Poli
La società civile
Con la formazione di nuovi nuclei famigliari il sistema concorde della famiglia si
frantuma nel sistema atomistico conflittuale della società civile, che si identifica
sostanzialmente con la sfera economico- sociale, giuridico- amministrativo del vivere
insieme, cioè come luogo di scontro e incontro che dovranno coesistere tra loro.
La società civile si articola in tre momenti:
Lidea di porre fra individuo e stato la società civile, è stata ritenuta una
delle maggiori intuizioni di Hegel.
Lo stato
Lo stato rappresenta la riaffermazione dellunità della famiglia, in una dimensione
più alta e con un significato più complesso e articolato. Lo stato, che Hegel definisce
anche come l'ingresso di Dio nel mondo, è la sintesi del principio della famiglia e della
società civile, con lo sforzo di indirizzare i particolarismi verso il bene collettivo.
Hegel rifiuta la concezione liberale di stato, poiché ritiene che comporterebbe una
confusione tra società civile e stato, riducendo lo stato a semplice tutore dei
particolarismi della società civile. Allo stesso modo rifiuta la concezione democratica,
osservando che se la sovranità risiede nel popolo non si va incontro se non a
confusi pensieri in quanto il popolo al di fuori dello stato è solo una
moltitudine informe.
Hegel ritiene che la sovranità dello stato derivi dallo stato medesimo, che ha in se
stesso il proprio scopo e la propria ragion dessere. Lo stato hegeliano è sovrano
ma non dispotico ed ha la forma di uno stato di diritto, senza però essere
uno stato liberal-democratico. E' proprio questo punto a risultare ambiguo e controverso
per i pensatori e i critici successivi.
Hegel poi identifica la costituzione con la monarchia costituzionale moderna, la quale
prevede tre poteri: legislativo, governativo, principesco.
Silvia Luppi, Andrea Bergonzini
Lo stato rappresenta lestrema incarnazione dellethos o spirito oggettivo.
In esso infatti la volontà dellindividuo diventa veramente libera e consapevole,
anche se solo in ottemperanza alla legge.
Lindividuo identifica i suoi fini particolari con lo spirito universale che è
oggettivato nello stato.
Non è quindi lo stato ad essere basato sugli individui, ma sono gli individui che
esistono grazie allo stato che li precede sia in senso storico temporale, in quanto gli
individui nascono nellambito di uno stato già esistente, sia logico, in quanto lo
stato è superiore ad essi.
Lo stato, che secondo Hegel deve mantenere un ordinamento monarchico-costituzionale e non
democratico e liberale (secondo le teorie contrattualistiche o giusnaturalistiche a cui si
ispirava l'Illuminismo), diventa dunque lespressione dello spirito del popolo che
esiste grazie alle leggi.
Il Rechtstaat di Hegel è uno stato di diritto fondato sul rispetto delle leggi e
sulla salvaguardia della libertà formale dell individuo e della sua
proprietà.
Esso è regolato da una costituzione che emerge dallo spirito del popolo in stretto
raccordo con la sua storia, le sue tradizioni e le sue caratteristiche particolari e che
non può perciò essere stabilita o costruita a tavolino secondo le teorie
contrattualistiche.
Lo stato, inoltre, è per Hegel l incarnazione della volontà divina che organizza
il mondo ed è quindi immune dai vincoli imposti dalla morale o da un eventuale diritto
internazionale.
Silvia Luppi, Andrea Bergonzini
Marco Bellei, Federico Gherardi
Nel sistema hegeliano lo stato appartiene al momento dello spirito oggettivo. Ma, nel processo dialettico, questo momento viene trasceso da quello che Hegel chiama il regno dell'Idea Assoluta, che si articola in arte, religione e filosofia. In sostanza sono le forme della vita culturale a ricadere nella sfera dello spirito assoluto, nel senso che la più alta e universale attività dell'uomo risiede nella produzione estetica, nell'atteggiamento religioso, nella riflessione filosofica. E' importante notare che Hegel distingue tra il territorio del finito, entro cui viene collocata l'eticità (quindi lo stesso stato) e il territorio dell'infinito, che non può mai essere subordinato a qualche cosa d'altro. Per questo il compito spirituale più alto non dovrebbe mai venire imbrigliato da un potere esterno, ma essere il frutto di una libertà reale, espressione piena dello spirito del popolo. Arte, religione e filosofia non si differenziano per il loro contenuto, ma per la loro forma: l'arte incontra l'idea assoluta nella forma dell'intuizione sensibile, la religione nella forma della rappresentazione, la filosofia come puro concetto. Ma l'arte, la bellezza, può cogliere la verità del tutto solo con la mediazione di un elemento sensibile; e la religione, che nella sua manifestazione più alta (il cristianesimo) ci rappresenta l'assoluto attraverso l'immagine di un dio personale, riproponendo così la scissione della coscienza infelice tra dio e mondo, sono forme non completamente adeguate dello spirito assoluto, che solo nella mediazione filosofica trova la sua verità. Non solo la filosofia è l'unità dell'arte e della religione, ma in quanto autocoscienza assoluta dello spirito porta a compimento l'autentico significato della sua stessa storia, scoprendo che le varie concezioni filosofiche si succedono secondo lo svolgimento dialettico delle determinazioni concettuali dell'idea. In questo modo Hegel giunge a unificare la filosofia con la storia della filosofia e fa del proprio sistema la sintesi di tutte le parziali, ma necessarie, verità del passato: la totalità dispiegata della verità.
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