Kant FAQ

(Frequently Asked Questions)



Immanuel kant

Immanuel Kant.
Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?

L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità se la causa di esso non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! abbi il coraggio di servirti della tua proria intelligenza. E' questo il motto dell'Illuminismo... Senonché a questo Illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi.
 


1. Che cosa sono per Kant i giudizi sintetici a priori ?

2. Qual è l'interpretazione di Kant dello spazio e del tempo?

3. Che cosa intende Kant per rivoluzione copernicana?

4. Come mai per Kant le categorie e l’io penso sono il fondamento della conoscenza scientifica?

5. E’ possibile la metafisica come scienza?

6. Perché la psicologia razionale per Kant non è una scienza?

7. Che cosa intende Kant per antinomia nella cosmologia razionale?

8. Con quali argomenti Kant demolisce la prova ontologica?

9. Cosa intende Kant con il termine agnosticismo nel campo della teologia?

10. In quale modo Kant motiva il “primato” della ragion pratica rispetto alla ragion pura?

11. Che cos’è l’imperativo categorico e quali sono le sue principali caratteristiche?

12. Cosa intende Kant per sommo bene?

13. I postulati della ragion pratica e la loro indimostrablita’

14. In quale modo Kant supera lo scetticismo di hume?

1. Che cosa sono per Kant i giudizi sintetici a priori ?

I giudizi sintetici a priori sono principi della scienza che ampliano la nostra conoscenza e non si basano sull’esperienza. Questi stanno alla base della scienza, ma non la costituiscono interamente, in quanto è necessaria anche l’esperienza, che fornisce il materiale che deve essere ordinato secondo i giudizi sintetici a priori. Questi ultimi, infatti, derivano da forme innate proprie del soggetto pensante, a priori rispetto all’esperienza, universali e necessarie, applicate da tutti allo stesso modo. Queste ci servono, dunque, per ordinare la materia, ovvero tutto ciò che apprendiamo caoticamente dall’esperienza, quindi a posteriori, come un archivio (forma) in cui vengono immessi tutti i dati disordinati (materia). Da tutto ciò si capisce che se vi sono forme a priori, vi sono anche giudizi sintetici a priori. Kant si serve di questi per giustificare l’ipotesi gnoseologica di fondo alla Critica alla Ragion Pura, cioè che ogni conoscenza comincia con l’esperienza ma non deriva interamente da essa. La conoscenza può infatti giungere dall’esperienza sommata alla nostra facoltà conoscitiva. E’ bene però distinguere i giudizi della scienza ( sintetici a priori) dai giudizi analitici a priori e dai giudizi sintetici a posteriori, utilizzati da altre scuole filosofiche precedenti, presi in esame da Kant. I primi differiscono dai giudizi della scienza in quanto sono enunciati senza esperienza, universali e necessari, che però non ampliano la nostra conoscenza; non considerando l’esperienza si riallacciano alla concezione razionalistica. I secondi invece aggiungono contenuti alla conoscenza ma si basano essenzialmente sull’esperienza; per questo motivo richiamano la concezione empiristica, non risultando né universali, né necessari.

Maurizio Serra

2. Qual è l'interpretazione di Kant dello spazio e del tempo?

L’estetica trascendentale è la scienza dei principi a priori della sensibilità ed è la parte della ragion pura che studia lo spazio e il tempo. Kant dice che la sensibilità è recettiva in quanto non genera i contenuti ma li accoglie per intuizione. Kant organizza le intuizioni empiriche (le sensazioni) tramite lo spazio e il tempo, che sono intuizioni pure. Di queste due intuizioni pure, lo spazio rappresenta la forma del senso esterno ed è la forma a priori alla base delle intuizioni esterne; il tempo invece è la forma del senso interno, ma è più importante dello spazio in quanto è unicamente attraverso il senso interno che ci giungono i dati del senso esterno. Il tempo si configura quindi come la maniera universale attraverso la quale percepiamo tutti gli oggetti. Kant parla anche di "idealità trascendentale" e di "realtà empirica" di spazio e tempo, che pur essendo soggettivi rispetto alle cose in sé stesse ( secondo l’idealità trascendentale) presentano anche una validità oggettiva rispetto a tutti gli oggetti che possono essere percepiti dai nostri sensi (in ciò consiste la loro "realtà empirica"). Le due intuizioni pure di spazio e tempo sono anche alla base della matematica, formata dall’aritmetica e dalla geometria: le scienze sintetiche a priori per eccellenza. Queste scienze sono sintetiche in quanto ampliano le nostre conoscenze mediante costruzioni mentali che sono oltre il già noto, e sono a priori in quanto i loro teoremi valgono indipendentemente dall’esperienza. Infine Kant giustifica l’apriorità di spazio e tempo sia con argomenti teorici generali, sia con argomenti tratti dalla considerazione delle scienze matematiche, rifiutando la visione empiristica ( spazio e tempo visti come nozioni tratte dall’esperienza), la visione oggettivistica o realistica ( spazio e tempo visti come entità a sé stanti o recipienti vuoti) e la tesi concettualistica ( spazio e tempo considerati come concetti esprimenti i rapporti fra le cose).

Jacopo Bacchelli

3. Che cosa intende Kant per rivoluzione copernicana?

“Se l’intuizione dovesse modellarsi sulla costituzione degli oggetti non vedo come si potrebbe saperne qualcosa a priori: ma se invece è l’oggetto ( come oggetto dei sensi) che si modella sulla costituzione della nostra facoltà di intuire, allora io posso benissimo farmi un’idea di questa possibilità”(Critica della ragion pura, pag. 28). Come vediamo Kant nella sua Rivoluzione Copernicana, sostiene un mutamento di prospettiva; infatti proprio come Copernico, che avendo incontrato difficoltà nello spiegare i movimenti celesti a partire dall’ipotesi che gli astri ruotino attorno allo spettatore suppose che fosse lo spettatore a ruotare intorno agli astri, così Kant, per spiegare la conoscenza, sostiene che sia il soggetto a ruotare intorno all’oggetto e non viceversa. Nel senso che è la realtà che si modella sulle forme a priori attraverso cui la percepiamo. Kant giunge quindi ad elaborare una nuova teoria della conoscenza fondata sulle forme a priori, sulle intuizioni pure a priori (da cui deriva il materiale empirico) e sulle categorie dell'intelletto. Inoltre di particolare rilevanza è la distinzione che Kant attua tra “fenomeno”, ossia realtà come ci appare tramite le forme a priori, proprie della nostra struttura conoscitiva e “cosa in sé”, ossia realtà indipendente da noi, una “X sconosciuta” che rappresenta però il necessario corrispondente all’oggetto per noi (fenomeno).

Ilaria Valeriani

4. Come mai per Kant le categorie e l’io penso sono il fondamento della conoscenza scientifica?

Innanzitutto Kant opera una distinzione nella conoscenza tra sensibilità, basata sulle intuizioni pure di spazio e tempo, e intelletto, che ordina attivamente i dati sensibili pervenutici dalle intuizioni. L’intelletto è basato su dei concetti, che possono essere legati all’esperienza, oppure puri, sciolti da essa. Tali concetti puri sono organizzati in dodici categorie, suddivise in quattro gruppi (qualità, quantità, relazione e modalità) e corrispondenti a tutte le possibili modalità di giudicare del nostro pensiero (e giudicare significa attribuire un predicato ad un soggetto) . “Ogni molteplice, per quanto sia dato in un’unica intuizione empirica, è determinato in riferimento ad una delle funzioni logiche del giudicare, mediante il quale esso è in generale portato a una coscienza”. Ad esempio, è solo grazie alla categoria di causalità che possiamo, in concreto, affermare che un fenomeno è causa di un altro fenomeno. Kant afferma che “senza sensibilità nessun oggetto ci verrebbe dato, e senza intelletto nessun oggetto verrebbe pensato. I pensieri senza contenuti (senza intuizioni) sono vuoti, le intuizioni senza concetti sono cieche”. La sensibilità fornisce quindi la materia empirica della conoscenza, che deve poi essere ordinata, “giudicata” dalle forme a priori del nostro intelletto, ossia le categorie. Per tal motivo esse costituiscono il fondamento, la base della conoscenza, anche se, come emerge dal pensiero kantiano, necessitano dell’esperienza sensibile, per passare dal generale al sapere scientifico concreto. E ciò che permette l’unificazione fra sensibilità ed intelletto è l’io penso, da Kant definito anche come autocoscienza o appercezione trascendentale: “Il molteplice, dato da un’intuizione sensibile, cade necessariamente sotto l’unità sintetica ed originaria dell’appercezione, perché solo per mezzo di questa è possibile l’unità dell’intuizione”.

Elena Gilli

5. E’ possibile la metafisica come scienza?

Kant affronta nella dialettica trascendentale il problema se la metafisica possa costituirsi come scienza, affermando che essa è un parto della ragione, che si potrebbe intendere come tentativo dell’intelletto, cioè la facoltà logica di unificare i dati sensibili tramite le categorie, di voler pensare anche senza dati. Kant ritiene che il voler procedere oltre i dati esperenziali è generato dalla nostra innata tendenza all’incondizionato e alla totalità; egli sostiene che la nostra ragione è attratta dal regno dell’assoluto, tendendo così ad una spiegazione globale e onnicomprensiva di ciò che esiste. Questa teoria kantiana è basata sulle tre idee trascendentali: quella di anima (idea della totalità assoluta dei fenomeni interni), l’idea di mondo (idea della totalità assoluta dei fenomeni esterni), l’idea di Dio (totalità di tutte le totalità e fondamento di tutto ciò che esiste). L’errore della metafisica, secondo Kant, è quello di far corrispondere a queste tre esigenze mentali di unificazione dell’esperienza tre realtà, omettendo che noi non conosciamo la cosa in sé, ma soltanto la realtà del fenomeno. Secondo Kant l’illusione inestirpabile della metafisica consiste proprio nel procedere oltre gli orizzonti dell’esperienza sensibile, illusione che determina l’infondatezza della metafisica, dimostrata da Kant tramite la psicologia razionale, la cosmologia razionale e la teologia razionale.

Francesca Alberghini

6. Perché la psicologia razionale per Kant non è una scienza?

La psicologia razionale è una delle "scienze" componenti la metafisica tradizionale che Kant prende in considerazione per dimostrare l’infondatezza di quest’ultima. Kant ritiene infatti che la psicologia razionale sia fondata su un paralogisma che consiste nell’applicare la categoria di sostanza all’io penso identificandolo con una realtà permanente, immateriale, incorruttibile, personale, spirituale ed immortale chiamata anima. L’io penso, secondo Kant, non è un oggetto empirico al quale poter applicare una categoria, esso è una forma a priori, una funzione gnoseologoca, che non si può trattare come un ente reificato, a causa dei limiti insuperabili della nostra ragione.

Alberto Manservisi

7. Che cosa intende Kant per antinomia nella cosmologia razionale?

La cosmologia, inserita da Kant all’interno della dialettica trascendentale, è stata da sempre considerata dai filosofi antichi come una scienza che utilizza la nozione di mondo intesa come totalità dei fenomeni cosmici. Proprio a causa di questa premessa la cosmologia razionale è secondo Kant destinata a fallire. Ciò avviene poiché noi possiamo sperimentare questo o quel fenomeno in particolare e non invece la totalità dei fenomeni. Dunque l’idea di mondo cade al di fuori di ogni esperienza possibile. Inoltre quando i metafisici pretendono di parlare del mondo inteso come totalità dei fenomeni cosmici cadono inevitabilmente nelle antinomie che si concretizzano in coppie di affermazioni opposte dove l’una (la tesi ) afferma, mentre l’altra (l’antitesi) nega, ma fra le quali è impossibile decidere. Proviamo ad analizzare le prime due antinomie.

Prima antinomia

TESI: "il mondo ha un cominciamento secondo il tempo e secondo lo spazio" ANTITESI: "il mondo è infinito secondo il tempo e secondo lo spazio"

Seconda antinomia

TESI: "tutto nel mondo consta di parti semplici " ANTITESI: "non vi è niente di semplice, tutto invece è composto"

Come si può vedere tra la tesi e l’antitesi di queste antinomie (dette matematiche) è impossibile decidersi, perché entrambe possono essere razionalmente dimostrate. Il difetto sta nella stessa idea di mondo, la quale, essendo al di là di ogni esperienza possibile, non può fornire alcun criterio atto a decidere per l’una o per l’altra tesi. Le antinomie dunque dimostrano l’illegittimità dell’idea del mondo

Elena Martini

8. Con quali argomenti Kant demolisce la prova ontologica?

La PROVA ONTOLOGICA che risale a S.Anselmo, pretende di dimostrare l’esistenza di Dio dal semplice concetto di Dio stesso. Se inteso come essere perfettissimo, infatti , non può mancare dell’attributo dell’esistenza. Per prima cosa Kant obbietta distinguendo tra piano reale e piano mentale. Infatti alla luce dei suoi precetti non risulta possibile "saltare" dal piano della possibilità logica a quello della realtà ontologica, in quanto l’esistenza è qualcosa che possiamo constatare solo per via empirica. O meglio, come spiega Kant, nella CRITICA DELLA RAGION PURA (pag.601) "Qualunque sia l’estensione o la natura del contenuto del nostro concetto di un oggetto, dovremmo sempre uscir fuori dal concetto se vogliamo conferire l’esistenza all’oggetto". Tuttavia dobbiamo valutare seriamente che il concetto di esistenza non sia contenuto in un essere possibile, e a questo proposito Kant riformula così la prova ontologica (C.R.P. pag. 515): " ...il concetto dell’essere realissimo contiene in sé ogni realtà e noi siamo autorizzati ad assumere tale essere come possibile (il concetto è sempre possibile quando non si contraddice). Ora nella realtà è compresa anche l’esistenza: quindi l’esistenza è compresa nel concetto d’un tale possibile. Né noi posiamo rifiutarci a porre questo possibile: perché con ciò negheremmo l’interiore possibilità sua, ossia commetteremmo una contraddizione". Anche in questa rielaborazione la prova ontologica risulta per Kant fallace perché o è impossibile o è contraddittoria. Impossibile, se, come abbiamo visto, vuol derivare da un'idea una realtà; contraddittoria se l’idea di essere perfettissimo presuppone già quell’esistenza che si vorrebbe dimostrare, cadendo così in un circolo vizioso.

Luca Baldazzi

9. Cosa intende Kant con il termine agnosticismo nel campo della teologia?

Anche se Kant, nella dialettica trascendentale, confuta ogni prova dell’esistenza di Dio utilizzata dai filosofi precedenti (prova ontologica, prova cosmologica e prova teologico-razionale) non si definisce ateo, ma, nella Critica della ragion pura, afferma di essere agnostico, in quanto ritiene che la ragione umana non ha strumenti per dimostrare l’esistenza di Dio, così come non ha strumenti per dimostrare il contrario.

Bergonzini Carlo

10. In quale modo Kant motiva il “primato” della ragion pratica rispetto alla ragion pura?

Il "primato" della ragion pratica, sostenuto da Kant, consiste nella prevalenza dell’interesse pratico su quello teoretico e nel fatto che la ragione ammette, in quanto è pratica, proposizioni che non potrebbe ammettere nel suo uso teoretico. Questo primato trae la propria origine dalla teoria dei postulati etici, proposizioni teoretiche non dimostrabili che ineriscono alla legge morale come condizione della sua stessa esistenza. Questi postulati, attinti dal mondo transfenomenico e metafisico, non possono però valere come conoscenze. Kant insiste infatti sulla non-teoreticità di queste proposizioni le quali rappresentano soltanto una ragionevole speranza dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima e non possono assolutamente essere intese come certezze razionali, dal momento che un’eventuale ammissione della loro validità conoscitiva minerebbe alla base i principi di libertà e autonomia della morale stessa, e sarebbe nuovamente la religione (o la metafisica) a fondare la morale. Kant sostiene invece che non sono le verità religiose a fondare la morale, bensì avviene il contrario. Con la teoria dei postulati, quindi, Kant non ha eliminato l’autonomia dell’etica, ma l’ha solamente integrata con una sorta di "fede razionale".

Ranzolin Francesco

11. Che cos’è l’imperativo categorico e quali sono le sue principali caratteristiche?

Il motivo che sta alla base della "Critica della ragion pratica" è la persuasione che esista una legge morale a priori valida per tutti e per sempre. L’assolutezza o incondizionatezza della morale porta il filosofo a due concetti fortemente legati tra loro: la libertà dell’agire e la validità universale e necessaria della legge. Infatti essendo incondizionata, siamo portati a capire come l’umana capacità possa autodeterminarsi al di là delle sollecitazioni dell’istinto e come la libertà possa essere uno dei postulati della vita etica. Non dipendendo dal momento o da una condizione particolare, una legge tale risulta pertanto immutabile nel tempo e uguale a sé in ogni luogo. Ragione e sensibilità sono in contrasto ed è l’uomo che è libero di scegliere se seguire o meno la legge morale. Il carattere di questa legge etica è formale: ossia non ci dice che cosa fare o che cosa non fare. La legge morale sancisce che il nostro comportamento deve seguire la ragione, rispettando la dignità umana presente in tutti gli uomini e anche in noi. Se ci ordinasse di agire in vista di un fine utilitaristico e particolare, comprometterebbe in primo luogo la libertà e in secondo luogo la propria universalità. Ecco perché l’imperativo categorico, che regola la nostra volontà, ordina il dovere in modo incondizionato, indipendentemente dagli impulsi sensibili e dalle mutevoli circostanze. Prescinde cioè da ogni scopo personale e non ha pertanto la forma del "se…devi" ma del "devi" assoluto, puro e semplice. Se così non fosse si ricadrebbe negli imperativi ipotetici che per definizione sono condizionati e variabili. Solo l’imperativo categorico, in quanto in-condizionato, possiede quindi i connotati della legge, ovvero di un comando che vale in modo perentorio per tutte le persone e per tutte le circostanze. In conclusione solo un tale imperativo, che può definirsi universale e necessario, si può dire avere in se stesso i contrassegni della moralità.

Elisa Vecchi

12. Cosa intende Kant per sommo bene?

All’interno della Critica della ragion pratica troviamo la suddivisione, attuata da Kant, fra analitica e dialettica. Quest’ultima è l’esposizione e la soluzione dell’antinomia della ragion pratica, la quale deriva dal concetto kantiano di sommo bene. Kant ritiene che la virtù costituisca il valore più importante per l'uomo, ma ammette che solo "virtù e felicità insieme determinano il possesso del sommo bene in una persona, in quanto, ove la felicità sia perfettamente proporzionata alla realtà, esse sono anche il sommo bene di un mondo possibile: esse ci danno allora il sommo bene perfetto e completo in cui tuttavia la virtù è sempre il bene supremo che non ha più altra condizione sopra di sé, mentre la felicità, pur essendo a chi la possiede, alcunché di gradevole, non è indi per sé sola buona in modo assoluto e sotto tutti gli aspetti, presupponendo sempre come condizione la condotta conforme alla legge morale". Con questo ragionamento Kant ci vuole avvertire che virtù e felicità quasi mai sono congiunte, in quanto essere virtuosi e ricercare la felicità sono due azioni per lo più opposte, dato che un conto è seguire l'imperativo categorico, un conto diverso tendere alla soddisfazione dei propri impulsi egoistici. Virtù e felicità costituiscono pertanto l’antinomia che è alla base della dialettica e l’unico modo per uscire da tale antinomia è quello di postulare un mondo dell’aldilà dove sia possibile realizzare ciò che nel nostro mondo risulta impossibile, ovvero l’equazione virtù = felicità.

Samantha Borsari

13. I postulati della ragion pratica e la loro indimostrablita’

La teoria dei postulati venne introdotta dal filosofo di Koenigsberg all’interno della Dialettica della ragion pratica per risolvere la problematica antinomia scaturita dall’impostazione etica che egli propose; tale antinomia è data dall’impossibilità durante la nostra vita terrena di raggiungere il sommo bene, che consiste nell’unione fra virtù e felicità, dal momento che la rigida etica kantiana prescrive di soffocare ogni istinto ed ogni sentimento, tipici della natura umana, al fine di raggiungere la virtù. Questo soffocamento degli impulsi umani non può generare felicità: ecco che il sommo bene di Kant sembra non essere raggiungibile; per risolvere ciò il filosofo si trova costretto a postulare un mondo dell’aldilà nel quale possa realizzarsi l’equazione virtù = felicità.
Il termine postulato ci indica una proposizione teoretica (la cui dimostrabilità empirica non è possibile) che risponde a quelle esigenze interne della realtà morale stessa. I postulati kantiani sono tre: l’immortalità dell’anima, l’esistenza di Dio e la libertà. Per quanto riguarda il primo, Kant afferma che la totale virtù si può raggiungere solo con la santità la quale però non è raggiungibile durante la nostra breve vita terrena: dobbiamo quindi postulare un tempo infinito messo a disposizione della nostra anima al fine di raggiungere tale condizione. Una volta raggiunta la santità si deve postulare l’esistenza di una entità divina che ci conferisca una felicità proporzionata alla virtù: questo è il secondo postulato. Per quanto riguarda il postulato della libertà, bisogna dire che esso assume un’importanza fondamentale per tutta l’etica kantiana, ne costituisce la colonna portante e quindi deve essere visto in un’ottica più ampia della sola teoria dei postulati.

Sandra Picchioni

14. In quale modo Kant supera lo scetticismo di Hume?

Dal momento che Hume è colui che ha risvegliato Kant dal suo "sonno dogmatico" e che lo ha spinto ad una rivisitazione globale della teoria della conoscenza, possiamo valutare le affinità e i contrasti tra questi due filosofi. Kant condivide lo scetticismo metafisico di Hume, come dimostrerà nella dialettica trascendentale, anche se non si nasconde l’importanza di questa tendenza indagando le ragioni per cui l’uomo è proteso a trascendere il mondo fenomenico. Per quanto riguarda la causalità, è netta la differenza e la critica di Kant a Hume. Il secondo infatti sosteneva che la relazione tra causa ed effetto non potesse mai essere conosciuta a priori, ma che si basasse sull’esperienza, in quanto l’uomo è spinto a credere nella congiunzione, relazione causale tra fatti solo per "abitudine" empirica. Secondo Kant invece l’esperienza, dal momento che poggia sui giudizi sintetici a priori ( nell’analitica trascendentale ha operato infatti un raggruppamento dei giudizi e delle categorie secondo la quantità, la qualità, la relazione e la modalità), non può smentire i principi che la giustificano e la causalità è una struttura trascendentale a priori del soggetto che consente di unificare secondo un nesso causale il materiale empirico in modo universale e necessario. Infine Kant e Hume sono in contrapposizione riguardo al modello etico: il primo ritiene che la morale sia fondata sull’uomo e sulla sua dignità di essere razionale finito, mentre il secondo afferma che la morale si fonda sul sentimento.

Pamela Pareschi, Elena Cristoni

back