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Immanuel Kant.
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1. Che cosa sono per Kant i giudizi sintetici a priori ?
2. Qual è l'interpretazione di Kant dello spazio e del tempo?
3. Che cosa intende Kant per rivoluzione copernicana?
4. Come mai per Kant le categorie e lio penso sono il fondamento della conoscenza scientifica?
5. E possibile la metafisica come scienza?
6. Perché la psicologia razionale per Kant non è una scienza?
7. Che cosa intende Kant per antinomia nella cosmologia razionale?
8. Con quali argomenti Kant demolisce la prova ontologica?
9. Cosa intende Kant con il termine agnosticismo nel campo della teologia?
10. In quale modo Kant motiva il primato della ragion pratica rispetto alla ragion pura?
11. Che cosè limperativo categorico e quali sono le sue principali caratteristiche?
12. Cosa intende Kant per sommo bene?
13. I postulati della ragion pratica e la loro indimostrablita
14. In quale modo Kant supera lo scetticismo di hume?
Maurizio Serra
Jacopo Bacchelli
Ilaria Valeriani
Elena Gilli
Francesca Alberghini
La psicologia razionale è una delle "scienze" componenti la metafisica tradizionale che Kant prende in considerazione per dimostrare linfondatezza di questultima. Kant ritiene infatti che la psicologia razionale sia fondata su un paralogisma che consiste nellapplicare la categoria di sostanza allio penso identificandolo con una realtà permanente, immateriale, incorruttibile, personale, spirituale ed immortale chiamata anima. Lio penso, secondo Kant, non è un oggetto empirico al quale poter applicare una categoria, esso è una forma a priori, una funzione gnoseologoca, che non si può trattare come un ente reificato, a causa dei limiti insuperabili della nostra ragione.
Alberto Manservisi
La cosmologia, inserita da Kant allinterno della dialettica trascendentale, è stata da sempre considerata dai filosofi antichi come una scienza che utilizza la nozione di mondo intesa come totalità dei fenomeni cosmici. Proprio a causa di questa premessa la cosmologia razionale è secondo Kant destinata a fallire. Ciò avviene poiché noi possiamo sperimentare questo o quel fenomeno in particolare e non invece la totalità dei fenomeni. Dunque lidea di mondo cade al di fuori di ogni esperienza possibile. Inoltre quando i metafisici pretendono di parlare del mondo inteso come totalità dei fenomeni cosmici cadono inevitabilmente nelle antinomie che si concretizzano in coppie di affermazioni opposte dove luna (la tesi ) afferma, mentre laltra (lantitesi) nega, ma fra le quali è impossibile decidere. Proviamo ad analizzare le prime due antinomie.
Prima antinomia
| TESI: "il mondo ha un cominciamento secondo il tempo e secondo lo spazio" | ANTITESI: "il mondo è infinito secondo il tempo e secondo lo spazio" |
Seconda antinomia
| TESI: "tutto nel mondo consta di parti semplici " | ANTITESI: "non vi è niente di semplice, tutto invece è composto" |
Come si può vedere tra la tesi e lantitesi di queste antinomie (dette matematiche) è impossibile decidersi, perché entrambe possono essere razionalmente dimostrate. Il difetto sta nella stessa idea di mondo, la quale, essendo al di là di ogni esperienza possibile, non può fornire alcun criterio atto a decidere per luna o per laltra tesi. Le antinomie dunque dimostrano lillegittimità dellidea del mondo
Elena Martini
La PROVA ONTOLOGICA che risale a S.Anselmo, pretende di dimostrare lesistenza di Dio dal semplice concetto di Dio stesso. Se inteso come essere perfettissimo, infatti , non può mancare dellattributo dellesistenza. Per prima cosa Kant obbietta distinguendo tra piano reale e piano mentale. Infatti alla luce dei suoi precetti non risulta possibile "saltare" dal piano della possibilità logica a quello della realtà ontologica, in quanto lesistenza è qualcosa che possiamo constatare solo per via empirica. O meglio, come spiega Kant, nella CRITICA DELLA RAGION PURA (pag.601) "Qualunque sia lestensione o la natura del contenuto del nostro concetto di un oggetto, dovremmo sempre uscir fuori dal concetto se vogliamo conferire lesistenza alloggetto". Tuttavia dobbiamo valutare seriamente che il concetto di esistenza non sia contenuto in un essere possibile, e a questo proposito Kant riformula così la prova ontologica (C.R.P. pag. 515): " ...il concetto dellessere realissimo contiene in sé ogni realtà e noi siamo autorizzati ad assumere tale essere come possibile (il concetto è sempre possibile quando non si contraddice). Ora nella realtà è compresa anche lesistenza: quindi lesistenza è compresa nel concetto dun tale possibile. Né noi posiamo rifiutarci a porre questo possibile: perché con ciò negheremmo linteriore possibilità sua, ossia commetteremmo una contraddizione". Anche in questa rielaborazione la prova ontologica risulta per Kant fallace perché o è impossibile o è contraddittoria. Impossibile, se, come abbiamo visto, vuol derivare da un'idea una realtà; contraddittoria se lidea di essere perfettissimo presuppone già quellesistenza che si vorrebbe dimostrare, cadendo così in un circolo vizioso.
Luca Baldazzi
Anche se Kant, nella dialettica trascendentale, confuta ogni prova dellesistenza di Dio utilizzata dai filosofi precedenti (prova ontologica, prova cosmologica e prova teologico-razionale) non si definisce ateo, ma, nella Critica della ragion pura, afferma di essere agnostico, in quanto ritiene che la ragione umana non ha strumenti per dimostrare lesistenza di Dio, così come non ha strumenti per dimostrare il contrario.
Bergonzini Carlo
Il "primato" della ragion pratica, sostenuto da Kant, consiste nella prevalenza dellinteresse pratico su quello teoretico e nel fatto che la ragione ammette, in quanto è pratica, proposizioni che non potrebbe ammettere nel suo uso teoretico. Questo primato trae la propria origine dalla teoria dei postulati etici, proposizioni teoretiche non dimostrabili che ineriscono alla legge morale come condizione della sua stessa esistenza. Questi postulati, attinti dal mondo transfenomenico e metafisico, non possono però valere come conoscenze. Kant insiste infatti sulla non-teoreticità di queste proposizioni le quali rappresentano soltanto una ragionevole speranza dellesistenza di Dio e dellimmortalità dellanima e non possono assolutamente essere intese come certezze razionali, dal momento che uneventuale ammissione della loro validità conoscitiva minerebbe alla base i principi di libertà e autonomia della morale stessa, e sarebbe nuovamente la religione (o la metafisica) a fondare la morale. Kant sostiene invece che non sono le verità religiose a fondare la morale, bensì avviene il contrario. Con la teoria dei postulati, quindi, Kant non ha eliminato lautonomia delletica, ma lha solamente integrata con una sorta di "fede razionale".
Ranzolin Francesco
Il motivo che sta alla base della "Critica della ragion pratica" è la persuasione che esista una legge morale a priori valida per tutti e per sempre. Lassolutezza o incondizionatezza della morale porta il filosofo a due concetti fortemente legati tra loro: la libertà dellagire e la validità universale e necessaria della legge. Infatti essendo incondizionata, siamo portati a capire come lumana capacità possa autodeterminarsi al di là delle sollecitazioni dellistinto e come la libertà possa essere uno dei postulati della vita etica. Non dipendendo dal momento o da una condizione particolare, una legge tale risulta pertanto immutabile nel tempo e uguale a sé in ogni luogo. Ragione e sensibilità sono in contrasto ed è luomo che è libero di scegliere se seguire o meno la legge morale. Il carattere di questa legge etica è formale: ossia non ci dice che cosa fare o che cosa non fare. La legge morale sancisce che il nostro comportamento deve seguire la ragione, rispettando la dignità umana presente in tutti gli uomini e anche in noi. Se ci ordinasse di agire in vista di un fine utilitaristico e particolare, comprometterebbe in primo luogo la libertà e in secondo luogo la propria universalità. Ecco perché limperativo categorico, che regola la nostra volontà, ordina il dovere in modo incondizionato, indipendentemente dagli impulsi sensibili e dalle mutevoli circostanze. Prescinde cioè da ogni scopo personale e non ha pertanto la forma del "se devi" ma del "devi" assoluto, puro e semplice. Se così non fosse si ricadrebbe negli imperativi ipotetici che per definizione sono condizionati e variabili. Solo limperativo categorico, in quanto in-condizionato, possiede quindi i connotati della legge, ovvero di un comando che vale in modo perentorio per tutte le persone e per tutte le circostanze. In conclusione solo un tale imperativo, che può definirsi universale e necessario, si può dire avere in se stesso i contrassegni della moralità.
Elisa Vecchi
Allinterno della Critica della ragion pratica troviamo la suddivisione, attuata da Kant, fra analitica e dialettica. Questultima è lesposizione e la soluzione dellantinomia della ragion pratica, la quale deriva dal concetto kantiano di sommo bene. Kant ritiene che la virtù costituisca il valore più importante per l'uomo, ma ammette che solo "virtù e felicità insieme determinano il possesso del sommo bene in una persona, in quanto, ove la felicità sia perfettamente proporzionata alla realtà, esse sono anche il sommo bene di un mondo possibile: esse ci danno allora il sommo bene perfetto e completo in cui tuttavia la virtù è sempre il bene supremo che non ha più altra condizione sopra di sé, mentre la felicità, pur essendo a chi la possiede, alcunché di gradevole, non è indi per sé sola buona in modo assoluto e sotto tutti gli aspetti, presupponendo sempre come condizione la condotta conforme alla legge morale". Con questo ragionamento Kant ci vuole avvertire che virtù e felicità quasi mai sono congiunte, in quanto essere virtuosi e ricercare la felicità sono due azioni per lo più opposte, dato che un conto è seguire l'imperativo categorico, un conto diverso tendere alla soddisfazione dei propri impulsi egoistici. Virtù e felicità costituiscono pertanto lantinomia che è alla base della dialettica e lunico modo per uscire da tale antinomia è quello di postulare un mondo dellaldilà dove sia possibile realizzare ciò che nel nostro mondo risulta impossibile, ovvero lequazione virtù = felicità.
Samantha Borsari
La teoria dei postulati venne introdotta dal filosofo di
Koenigsberg allinterno della Dialettica della ragion pratica per risolvere la
problematica antinomia scaturita dallimpostazione etica che egli propose; tale
antinomia è data dallimpossibilità durante la nostra vita terrena di raggiungere
il sommo bene, che consiste nellunione fra virtù e felicità, dal momento che la
rigida etica kantiana prescrive di soffocare ogni istinto ed ogni sentimento, tipici della
natura umana, al fine di raggiungere la virtù. Questo soffocamento degli impulsi umani
non può generare felicità: ecco che il sommo bene di Kant sembra non essere
raggiungibile; per risolvere ciò il filosofo si trova costretto a postulare un mondo
dellaldilà nel quale possa realizzarsi lequazione virtù = felicità.
Il termine postulato ci indica una proposizione teoretica (la cui dimostrabilità empirica
non è possibile) che risponde a quelle esigenze interne della realtà morale stessa. I
postulati kantiani sono tre: limmortalità dellanima, lesistenza di Dio
e la libertà. Per quanto riguarda il primo, Kant afferma che la totale virtù si può
raggiungere solo con la santità la quale però non è raggiungibile durante la nostra
breve vita terrena: dobbiamo quindi postulare un tempo infinito messo a disposizione della
nostra anima al fine di raggiungere tale condizione. Una volta raggiunta la santità si
deve postulare lesistenza di una entità divina che ci conferisca una felicità
proporzionata alla virtù: questo è il secondo postulato. Per quanto riguarda il
postulato della libertà, bisogna dire che esso assume unimportanza fondamentale per
tutta letica kantiana, ne costituisce la colonna portante e quindi deve essere visto
in unottica più ampia della sola teoria dei postulati.
Sandra Picchioni
Dal momento che Hume è colui che ha risvegliato Kant dal suo "sonno dogmatico" e che lo ha spinto ad una rivisitazione globale della teoria della conoscenza, possiamo valutare le affinità e i contrasti tra questi due filosofi. Kant condivide lo scetticismo metafisico di Hume, come dimostrerà nella dialettica trascendentale, anche se non si nasconde limportanza di questa tendenza indagando le ragioni per cui luomo è proteso a trascendere il mondo fenomenico. Per quanto riguarda la causalità, è netta la differenza e la critica di Kant a Hume. Il secondo infatti sosteneva che la relazione tra causa ed effetto non potesse mai essere conosciuta a priori, ma che si basasse sullesperienza, in quanto luomo è spinto a credere nella congiunzione, relazione causale tra fatti solo per "abitudine" empirica. Secondo Kant invece lesperienza, dal momento che poggia sui giudizi sintetici a priori ( nellanalitica trascendentale ha operato infatti un raggruppamento dei giudizi e delle categorie secondo la quantità, la qualità, la relazione e la modalità), non può smentire i principi che la giustificano e la causalità è una struttura trascendentale a priori del soggetto che consente di unificare secondo un nesso causale il materiale empirico in modo universale e necessario. Infine Kant e Hume sono in contrapposizione riguardo al modello etico: il primo ritiene che la morale sia fondata sulluomo e sulla sua dignità di essere razionale finito, mentre il secondo afferma che la morale si fonda sul sentimento.
Pamela Pareschi, Elena Cristoni
