"IO SONO TETSUO"
Il fenomeno AKIRA

 

Siete stanchi dei classici prodotti di animazioni straripanti di bestioline sorridenti e dai portamenti caramellosi? Siete stufi di vedere eroi ed eroine che canticchiano motivetti orecchiabili mentre, ad esempio, sfrecciano come siluri lungo rapide e giù per cascate sopra una canoa (ogni riferimento è puramente casuale)? Si? Bene, allora AKIRA (si pronuncia A’KI’RA’) è sicuramente il film che fa per voi.

 

Alcune locandine del film ed una delle scene della distruzione di Neo-Tokyo.
 

Silenzio.......

Campo lunghissimo su di una città: Tokyo.

E’ il 6 Luglio dell’anno 1988.

In lontananza, al centro della metropoli, compare un piccolissimo punto di luce che si espande improvvisamente fino a creare un’enorme semisfera di energia che inghiotte la città stessa e tutto il campo visivo.

Luce.

Ricompare lentamente un’immagine: è il quadro satellitario dello stesso luogo, ora profondamente cambiato nella sua geografia: siamo a Neo-Tokyo, nell’anno 2019, 31 anni dopo la Terza Guerra Mondiale.

Queste sono le primissime immagini del capolavoro del cinema di animazione giapponese: AKIRA. E’ stato realizzato sull’onda dello straordinario successo ottenuto dal suo autore, Katsuhiro Otomo, con il relativo manga (il fumetto giapponese, per intenderci): basti pensare che la storia completa, pubblicata inizialmente in bianco e nero sulla rivista Young Magazine, ha raggiunto i 3.500.000 di copie stampate.

Il film, più di qualsiasi altro prodotto di animazione giapponese, è un vero e proprio colossal: per la sua realizzazione, risalente al 1987, è stato costituito il cosiddetto "AKIRA Committee", sotto le cui insegne si sono radunate le dieci maggiori compagnie di animazione giapponesi: Kodansha, Mainichi Hosho, Bandai, Toho, Laser Disc Corporation, Tokyo Movie Shinsaha e molte altre. Tale fusione ha così permesso di affrontare la colossale (appunto!) spesa di 1 miliardo di yen, costo totale del film (per un rapido confronto, basti pensare che un normale film "dal vero" prodotto in Giappone richiede generalmente da 100 a 200 milioni di yen). Durante la lavorazione, sono state prodotte 1.500.000 cels, sfruttando una paletta di 327 tonalità di colore (generalmente ne vengono utilizzati circa 200), 50 delle quali sono state create apposta per il film; sono stati coinvolti 5000 artisti e 50 studi di animazione (di cui ben 5 impiegati nei soli backgrounds e 1 nella Computer Graphics).

Questo sproloquio di numeri dimostra, oltre alla mania giapponese per le statistiche, l’enorme quantità di lavoro svolto per realizzare un lungometraggio che, per accuratezza tecnica ed impatto visivo complessivo, rimane tuttora il più grande film di animazione giapponese mai realizzato.

 

La storia si svolge a Neo-Tokyo, metropoli post-atomica (tema ricorrente in tutti i principali film futuristi giapponesi; forse lo sarebbe anche per noi se ci fossero esplosi un paio di megatoni sopra la testa!) e devastata dalla Terza Guerra Mondiale (innescata dall’esplosione che apre il film). Questa è l’arena in cui si consumano gli scontri fra le forze di una polizia ottusa e brutale e deviate bande di adolescenti; giovani teppisti in moto si affrontano senza esclusione di colpi in sanguinosi raid, mentre la città è in preda a disordini studenteschi e ad atti terroristici. Il cuore della complicatissima trama del lungometraggio comincia con un incidente in cui rimane coinvolto Tetsuo, complessato ed infantile membro di una gang di motociclisti (capitanata del risoluto Kaneda) e un fantomatico bambino avvizzito che compare improvvisamente in mezzo alla strada e che esce completamente illeso dallo scontro (riflettiamo tutti insieme sul fatto che la moto su cui viaggiava Tetsuo esplode come un petardo senza nemmeno urtare il piccolo). Entrambi i ragazzi vengono portati via da un elicottero dell’esercito. Da questo momento in poi, Kaneda ed alcuni amici, fra cui una giovane terrorista di nome Kay, verranno coinvolti in una spirale di avvenimenti che li porterà a scoprire la presenza di un gruppo di bambini dotati di terribili poteri ESP: essi sono il risultato di numerosi esperimenti condotti da scienziati dell’esercito nel periodo precedente la Terza Guerra Mondiale; la loro ricerca, mirata allo sviluppo ed al risveglio dell’energia cosmica presente in ogni individuo, aveva portato alla genesi di AKIRA, il cui potere era immenso, ma purtroppo incontrollabile. Anche Tetsuo verrà manipolato geneticamente: il potere acquisito troverà alimento nell’infantile desiderio di rivalsa del ragazzo verso tutto e tutti e lo porterà alla completa distruzione di sé stesso e di Neo-Tokyo. Il film si conclude con una lunga inquadratura in un luogo astratto che potrebbe essere qualche remota dimensione spaziale, fino a concentrarsi su di un immenso occhio; contemporaneamente, in un silenzio irreale, risuonano le parole: "Io sono Tetsuo".

 

 
Kaneda durante il combattimento fra bande.
 
Tetsuo.
 

Veniamo ora alle considerazioni sugli aspetti tecnici.

L’animazione che caratterizza questo lungometraggio è sicuramente quanto di più completo si sia mai visto finora nella produzione giapponese; anche le produzioni più recenti, come gli OAV (Original Anime Video, mediometraggi destinati al mercato delle video cassette o dei laser disc) di Dragon Ball o dei Saint Seiya (I Cavalieri dello Zodiaco, a casa nostra), nonostante presentino una palese evoluzione tecnica, non sono ancora in grado di raggiungere il livello di AKIRA. I backgrounds sono curatissimi e realizzati tutti completamente a mano, così come le cels dei personaggi; i piani dell’animazione sono molteplici, generando la profondità e la vastità spaziale che caratterizza la metropoli di Neo-Tokyo. I colori utilizzati gravitano intorno alla gamma dei blu scuro, dei rossi, dei grigi: ad esclusione del finale, dove metaforicamente ricompare il sole, tutte le scene sono avvolte in una luce antisettica, opprimente, gelida; l’unico colore veramente squillante è il rosso del sangue, che peraltro scorre veramente a fiumi e che contrasta ferocemente con il restante contesto cromatico. Il tutto delinea una metropoli futurista a metà strada fra quella di Fritz Lang (Metropolis, 1926) e la New York decadente e violenta di Carpenter (Escape from New York, 1981).

I layout sono realizzati in un modo che si discosta nettamente dagli stilemi dell’animazione giapponese, caratterizzata, sostanzialmente per motivi di budget legati a ritmi produttivi sempre molto sostenuti, dai soliti scorrimenti orizzontali o verticali (i cosiddetti Travel), dalle solite zoomate (Truck in e out) e dalle inquadrature fisse per interminabili cascate di secondi sul viso o sulla figura del personaggio che sta parlando in quel momento. In AKIRA, l’animazione si orienta verso un approccio più occidentale e verso una rappresentazione più "naturale" dei comportamenti: ciò permette di definire meglio la caratterizzazione dei personaggi, a vantaggio di una maggiore credibilità degli stessi. Le movenze si mantengono comunque piuttosto secche e marziali, ma bisogna ricordare che gli stessi giapponesi, per le note basi culturali, tendono (in determinate situazioni od espressioni) a muoversi con una gestualità rigida e quasi rituale.

Queste considerazioni, a mio avviso, rispondono in gran parte alla contesa "animazione occidentale (leggi Disney, anche se ciò è profondamente restrittivo) vs. animazione orientale"; nel mio modesto parere, i due stili non sono direttamente confrontabili proprio perché attingono da backgrounds culturali profondamente diversi e quindi i vari risultati vanno analizzati tenendo conto di questi importanti fattori (insieme a molti altri fra i quali la disponibilità economica ed il ritmo produttivo).

AKIRA ha rappresentato un’innovazione nel mercato nipponico anche per altri motivi: l’impiego della Computer Graphics (utilizzata solo in una piccolissima parte del film: con essa sono stati costruiti gli effetti caleidoscopici delle proiezioni aurali dei poteri ESP), ma soprattutto l’introduzione del pre-recording: è la tecnica che la Disney utilizza da moltissimi anni e che prevede il doppiaggio dei personaggi quando questi sono ancora a livello di bozza grafica; in questa maniera è possibile adattare perfettamente i labiali, nonché le movenze del personaggio alla battuta del doppiatore; traccia video e traccia vocale vengono poi perfettamente allineate mediante l’uso di un Synchronizer.

Qualche parola va spesa anche nei riguardi della colonna sonora, composta della Geinoh Yamashirogumi, che sottolinea ed accompagna tutto il lungometraggio; così ne parla lo stesso Otomo: "- L’aspetto musicale fu il più complesso e difficoltoso da affrontare. Decidemmo di rendere la musica di AKIRA una vera e propria presenza... La musica può sostituire la normale comunicazione verbale tra la gente, i "colpi musicali" creati per AKIRA assomigliano talvolta a suoni realistici... Io ero deliziato dalle musiche della Geinoh Yamashirogumi ancor prima della produzione di AKIRA... Le loro musiche sono corali, valorizzano la voce e le sonorità tradizionali non sono influenzate da contaminazioni occidentali... -". Il risultato finale è un prodotto sonoro fondamentalmente basato sulle percussioni tradizionali miscelate con coloriture elettroacustiche di tipo digitale, che si innesta profondamente nel film, lo sostiene e contribuisce al possente impatto visivo delle immagini.

 

E’ superfluo dire che in patria questo lungometraggio ha riscosso un enorme successo di pubblico; le poche critiche si sono concentrate (molto giustamente a mio avviso) sulla struttura della trama, che è quantomai intricata e contorta, la cui summa è il sibillino finale in grado di lasciare perplesso anche il fan più sfegatato (Tetsuo, diventato pura energia, sembra trasformarsi in un occhio cosmico aperto sull’intero universo). Bisogna precisare che anche il manga non brilla affatto di chiarezza e di linearità: sorge prepotente il sospetto che Otomo abbia letteralmente improvvisato alcuni episodi per spremere appieno la sua gallina dalle uova d’oro, ma chi non lo fa di questi tempi!

La trasposizione italiana è purtroppo approssimativa e molto sofferente: è la pedissequa traduzione della versione americana (edita dalla Manga Video), il cui problema fondamentale è quello di aver snaturato il significato di alcuni dialoghi (guarda caso proprio quelli in grado di fare luce sulle vicende della trama), sacrificandolo sull’altare della corrispondenza labiali giapponesi - traccia americana; è sicuramente vero che la relazione fra il numero di parole in una frase nella lingua nipponica ed il suo significato è fondamentalmente diversa da quella presente nelle lingue occidentali, ma mi rifiuto di credere che non sia possibile eseguire una trasposizione più fedele di quella così superficialmente realizzata in questa occasione. Inoltre, il doppiaggio si concede ingiustificate libertà interpretative riguardo le voci dei personaggi; un esempio per tutti: i bambini ESPer, dotati nell’originale di una normalissima voce da bambino di otto anni, vengono fatti chiocciare con delle ridicole voci da scimmietta, alterando inevitabilmente la natura e l’impatto del personaggio sullo spettatore.

Per concludere, a chi sia interessato a godersi al meglio questo lungometraggio, consiglio quindi assolutamente l’edizione per collezionisti in lingua originale, sottotitolata in inglese (dove la traduzione, svincolata dai labiali, è più che soddisfacente) ed edita dalla Island World Video: il box contiene il film (124’) e un completo ed interessantissimo Making of di 60’. La spesa è di qualche decina di milalire superiore al costo della singola videocassetta, ma a mio parere sono soldi spesi veramente bene.

 

 Bibliografia:

"Otomo e AKIRA" - Yamato Special.

"Coloriture" - Bendazzi, Cecconello, Michelone; Edizioni Pendragon.

 

 

 

 
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Luca Fava

 
Autore: Luca Fava (Copyright © 1997)