Una delle sorprese più gradevoli del periodo natalizio 1994-95 in campo cinematografico giunge a noi dalla Universal Pictures e dall’inaffondabile Steven Spielberg (stavolta in veste di produttore): "Casper - The friendly ghost". E’ il debutto cinematografico del fantasmino in cerca di amici apparso prima su strisce a fumetti e successivamente in versione animata per il piccolo schermo; anche in questo caso, Casper è accompagnato dai tre zii, anch’essi fantasmi, chiaramente: Molla, Ciccia, Puzza (rispettivamente Stretch, Fatso, Stinkie nell’originale). La storia orbita intorno al maniero infestato dal nostro quartetto di fantasmi, lasciato in eredità ad una avida manager-arrampicatrice sociale dalle lunghe unghie laccate; per potersi liberare dagli ospiti indesiderati e per poter così accedere ad un fantomatico tesoro celato fra le fatiscenti mura, l’arpia e il suo legale (un divertentissimo Eric Idle, ricordate i Monty Python?) provano i più disparati rimedi, arrivando infine ad ingaggiare uno psicoterapeuta per fantasmi (Bill Pullman) vedovo e tormentato dai ricordi della moglie che spera di rivedere tra un fantasma e l’altro; è superfluo aggiungere che la storia si concluderà bene.

Fatso, Stretch e Stinkie.

 

Questa, in breve è la storia di Casper; ma il film dice e dà molto di più di quello che si potrebbe immaginare leggendo queste poche righe! Tutte le situazioni sono state affrontate in modo intelligente e spiritoso; predomina un’atmosfera di autoironia con la quale anche le scene più predisposte a procurare la carie dentale allo spettatore si salvano e si fanno accettare con un sorriso divertito o velato da una sottile malinconia.

Il film è costellato di citazioni e di cammei, come le apparizioni di Dan Aykroyd nelle vesti di Ghostbuster (uscendo di corsa dalla casa infestata -e allora, chi chiamate? Chiamate qualcun’altro-), di Clint Eastwood (citando la bellissima frase finale de Unforgiven), di Mel Gibson (che si contempla soddisfatto nello specchio) e così via; vengono citati anche capolavori disneyani come SnowWhite e Cinderella. Il film si sviluppa così in una dimensione semiseria, con continue (indirette) strizzate d’occhio da parte degli attori al pubblico (vengono fatte le stesse osservazioni che il pubblico tende a fare in sala e questo genera un clima d’intesa e di complicità molto particolare con ciò che accade sullo schermo), in un ambiente che si avvicina moltissimo a quello dei cortometraggi animati della Warner, di Chuck Jones e di Tex Avery.

Gli attori sono tutti validi nei loro ruoli (forse anche perché, per essere sinceri fino in fondo, non è richiesta una recitazione da Oscar), in modo particolare la giovanissima Cristina Ricci che interpreta una teen-ager più italiana che americana (fortunatamente), Eric Idle, divertente come sempre, ma soprattutto lo stesso Casper: la sua freschezza, semplicità, vitalità (anche se sembra assurdo, parlando di un fantasma) non possono non colpire lo spettatore. E’ una figura molto disneyana, buona, trasparente nei propri sentimenti ed emozioni come lo è nell’aspetto. Anche la defunta moglie di Bill Pullman (intendo del suo personaggio), che compare come angelo nelle fasi finali del film, è una figura credibile e piacevole: non una "fatina" eterea ed inverosimile (perfetta solo per Pinocchio), ma una donna di polso, molto mamma e di spirito (perdonatemi il bisticcio di parole): compare non per instillare un indelebile ed abissale rimpianto nel cuore dei suoi cari, ma per rassicurarli e per dare infine quella pace interiore che permette la convivenza con il ricordo di una persona amata e venuta a mancare.

 

Eric Idle

Casper e Kat (Cristina Ricci)

 

Non si possono non menzionare gli straordinari effetti speciali realizzati dalla ILM (Industrial Light&Magic) di Lucas, già creatrice dei dinosauri di Jurassic Park e di The Mask; le animazioni al computer con il CGI e le interazioni di queste ultime con il mondo e con gli oggetti reali sono così strepitose e mozzafiato da far dimenticare, dopo 5 fotogrammi di pellicola, che ciò che si sta vedendo sullo schermo non esiste se non su di un supporto magnetico. Appare così perfettamente naturale che Casper prepari la colazione armeggiando con tostapane, uova, bicchieri colmi di aranciata, spazzi per terra e così via: l’illusione prende vita ancora una volta, come era successo già con i film citati e con l’eccezionale Who framed Roger Rabbit di Robert Zemeckis (Spielberg come produttore e la Disney-Warner per gli effetti speciali).

Qualche considerazione va fatta anche a riguardo della colonna sonora, che oltre a riesumare Little Richard per i titoli di coda (cosa già accaduta in We’re Back! per l’Amblimation), si avvale del talento compositivo di James Horner (An American Tail, An American Tail-Fivel goes West, The Land before Time, We’re back-A Dinosaur’s Story), in questa sede forse al meglio della sua vena espressiva, anche se si percepisce una vaga influenza delle tonalità minori di Danny Elfman (Edward Scissorshands, The Night before Christmas).

In definitiva, questo Casper si rivela come un film semplice, giocato sull’autoironia e sulla consapevolezza della propria semplicità; ci ricorda ancora una volta che la tristezza non deriva completamente dal fatto di essere morti, ma dal non ricordare ciò che si è stati, perdendo i propri sogni, i propri ricordi e morendo per davvero e definitivamente.

E’ un respiro di aria fresca e pulitissima; sono 80’ circa che fanno piuttosto bene all’animo, rinvigorendo ancora una volta "quel punto luminoso nascosto (si spera non troppo) nel profondo dell’animo di tutti", per citare le parole del vecchio Walt, che in questo campo la sapeva lunga.

 

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Autore: Luca Fava (Copyright © 1997)