E siamo a 34!!

La Fabbrica Disney ha preso una rincorsa di circa tre anni (dall’82 all’85 circa) ed ora è lanciata a piena velocità nel ritmo produttivo: sono già in cantiere numerosi progetti: Hercules (uscito sugli schermi per il Natale 97), Aida (che Verdi ci aiuti e sostenga!), Mulan (una fiaba cinese) e Fantasia 2 sono solo alcuni esempi. Questo The Hunchback of Notre Dame (per la direzione di Kirk Wise e Gary Trousdale, gli stessi di Beauty and the Beast) è l’ultimo nato e presenta luci ed ombre, proprio come la superba Cattedrale del titolo.

 

L’animazione è curatissima e spettacolare: basti guardare alla maestosità della Cattedrale, che può rifulgere di luce, di colori e di speranza (come nella canzone di Esmeralda) o che può trasformarsi in un gorgo tenebroso di ombre; ancora una volta, i fondali stessi sono attori e riflettono gli stati emozionali dei personaggi e della situazione. Victor Hugo, nel romanzo, indicava la Cattedrale come un essere vivente dotato di una propria coscienza e mi pare che questa emozione sia stata pienamente raggiunta nel lungometraggio. Mirabile è sicuramente la cura nella riproduzione dei particolari architettonici, a partire dal rosone della facciata, nonché i movimenti di camera mozzafiato che coinvolgono rotazioni prospettiche della cattedrale stessa (ottenute grazie al CAPS e a modelli 3D digitali della struttura).

Ma veniamo ora ai personaggi principali.

 

Quasimodo è stato concepito e disegnato da James Baxter (The Little Mermaid, The Rescuers Down Under, Belle in Beauty and the Beast, Rafiki in The Lion King): è molto compatto, forte, quasi come un wrestler; mostra una notevole agilità che gli permette di volteggiare fra le strutture della Cattedrale. La sua fisionomia è riconducibile ad un elemento rotondeggiante, in netto e deliberato contrasto con quelle degli altri personaggi ed in modo particolare con quella dell’arcidiacono Frollo, stilizzato ad una forma gotica (questo concetto era già stato sviluppato con altre motivazioni nella elaborazione del personaggi di Aladdin: vedi il parallelo con la coppia Genio-Jafar). Il problema che ciò comporta, a mio avviso, riguarda in primo luogo l’integrazione della figura di Quasimodo con la Cattedrale: Hugo pone l’accento sul totale adattamento spirituale e fisico del gobbo con gli anfratti e con i pertugi della grande chiesa, per evidenziare la risonanza sorta dalla segregazione di Quasimodo in quel suo unico mondo: analogamente a come è contorto, o meglio, distorto il suo fisico, così è la sua anima, intorpidita e contratta "come quei prigionieri dei Piombi di Venezia che invecchiavano piegati in due in una scatola di pietra troppo bassa e troppo corta (1)". Quasimodo è un figlio dell’inferno, poiché nell’inferno ha sempre vissuto, fin dal momento della sua nascita: guercio, gobbo, zoppo, abbandonato da neonato e lasciato al posto di una bimba rapita dagli zingari, deriso, temuto ed odiato da tutta la popolazione di Parigi, questa creatura non prova altro che odio e risentimento per il modo esterno, per tutto e per tutti tranne che per la sua amatissima Chiesa (di cui rappresenta forse il soffio vitale), per le sue campane (sebbene proprio queste ultime, assordandolo, gli avevano chiuso definitivamente la porta sul mondo esterno e trascinato nel mutismo) e per Frollo, il quale lo aveva adottato ed allevato quasi come un padre. L’incontro con Esmeralda fa risorgere dall’inferno lo spirito di Quasimodo, mentre vi precipita quello di Frollo, reso mentalmente instabile da una assurda vita di privazioni ed accecato dalla lussuria per la zingara. Nel romanzo, Quasimodo è destinato a lasciarsi morire volontariamente per Esmeralda che purtroppo non è in grado di capire la sovrumana quantità di amore che il gobbo è in grado di dare; un amore disinteressato ed assoluto, per colei che gli aveva mostrato un po' di pietà nel più cieco momento della sua vita. Alla luce di queste considerazioni, la traduzione Disneyana vacilla e scricchiola per le molte incongruenze che inevitabilmente allontanano il personaggio di Baxter da quello di Hugo. Ma in realtà non è forse nemmeno giusto pretendere l’assoluta fedeltà al romanzo, poiché la Disney ha come target principale i bambini ed un adattamento è necessario per creare un prodotto divertente, dipinto con una tavolozza di colori schiariti e fondamentalmente sgombro dalle ombre gotiche che aleggiano invece sul romanzo; ci viene così presentato un Quasimodo fin da subito sensibile, assetato di contatto umano e ben disposto verso il prossimo, desideroso di dare, di ricevere e con lo spirito rivolto alla speranza.

 

L’arcidiacono Claude Frollo, per l’occasione e soprattutto per evitare motivi di polemica, trasformato nel Ministro di Giustizia (una sorta di Torquemada), è stato concepito da Kathy Zielinski; la sua fisionomia è alta ed asciutta, austera e maestosa, quasi marmorea. La malvagità sistematica del personaggio è molto ben rappresentata, ma purtroppo riflette solo un aspetto del Claude Frollo di Hugo "il cui fuoco interiore ardeva a volte nel suo sguardo al punto da far sembrare il suo occhio un buco aperto nella parete di una fornace (2)"; i dilemmi, le torture spirituali, il lacerante dolore derivante dal crollo dei propri ideali di fronte ad una cosa semplice come la danza di una giovane zingara non emergono sufficientemente dal personaggio Disneyano.

 

 

Tony Fucile (Aladdin, Mufasa in The Lion King) ha supervisionato l’animazione di Esmeralda: in questo caso, le differenze fra il personaggio Disneyano e quello di Hugo si fanno abissali. A parte la differenza di età (nel romanzo Esmeralda è una zingarella quindicenne, mentre nel film ci viene presentata una donna), il divario più grande risiede nel carattere del personaggio; l’Esmeralda di Hugo è una creatura fondamentalmente ingenua, innocente, che si trova coinvolta e travolta da una vicenda che la porterà a morte; la sua immaturità e la totale incapacità di distinguere il bene dal male la portano a mitizzare l’amore per un capitano degli arcieri dell’ordinanza del re, Phoebus, luccicante di qualità solo in superficie come l’armatura che indossa e parimenti vuoto; per Quasimodo, che le salva la vita e che le dedicherà la propria, sente pietà, ma soprattutto ribrezzo per quell’aspetto maledetto da Dio e così distante dalla bellezza del capitano.

Nel lungometraggio incontriamo invece una donna risoluta, libera e sensuale al pari di una Carmen, disposta a leggere all’interno delle persone senza fermarsi all’aspetto esteriore, dotata cioè di una maturità totalmente sconosciuta al personaggio di Hugo.

 

Russ Edmonds (Philip in Beauty and the Beast, Sarabi in The Lion King) si è occupato della supervisione all’animazione di Phoebus (primo eroe Disneyano con la barba!); anche in questo caso le differenze sono macroscopiche (e fortunatamente, a mio avviso, poiché trovo assolutamente insopportabile il personaggio del romanzo). Hugo tratteggia una personalità superficiale e grossolana, racchiusa nella bella confezione di un bel volto; il suo capitano si pone ben pochi scrupoli, sia quando cerca di circuire e violentare Esmeralda, sfruttando l’assoluta adorazione della ragazza, sia quando la abbandona nelle mani della guardia reale che dopo pochi istanti la impiccherà in modo brutale. Per questo "nobile" individuo, tutta la vicenda non è che una scomoda esperienza da scordare il più presto possibile. Il lungometraggio ci presenta una personaggio sicuramente più positivo, più divertente e dotato di un maggior spessore umano, costruito anche grazie all’eccellente interpretazione di Kevin Kline (ricordate l’esilarante Otto in Un pesce di nome Wanda?).

 

 

Veniamo infine ai Gargoyles, che rappresentano il lato più umoristico di tutto il film: sono tre e si chiamano Laverne (Will Finn - Frank in The Rescuers Down Under, Cogsworth in Beauty and the Beast, Jago in Aladdin), Victor e Hugo (Dave Pruiksma - Bernard in The Rescuers Down Under, Mrs. Potts e Chip in Beauty and the Beast, il Sultano in Aladdin, Flit in Pocahontas). La loro ideazione sembra suggerita dallo stesso Hugo; per Quasimodo le statue della Cattedrale sono creature amiche, le uniche che gli sorridono benevolmente e che gli somigliano nell’aspetto: "I santi erano dunque amici che lo benedicevano; i mostri, amici pronti a proteggerlo..... A volte passava delle intere ore accovacciato davanti ad una di quelle statue a confidarsi da solo a solo (3)". Questi tre personaggi sono lo specchio dei pensieri di Quasimodo (come del resto lo erano Meeko e Flit per Pocahontas): Hugo rappresenta il lato spensierato e "orgiasta" del gruppo, Victor è l’aspetto riservato ed intimista, mentre Laverne è una sorta di materna e saggia consigliera.

In conclusione, a prescindere dalle differenze e dalle incongruenze rilevate, il lungometraggio si avvale di personaggi con caratteristiche ben delineate che, come sempre, funzionano in maniera molto efficace, contribuendo a instaurare l’alone di magia tipico delle animazioni Disney (uno spettacolo veramente da non perdere!).

 

 

Può essere utile fare anche qualche considerazione relativamente all’uso del computer. Le tecnologie computerizzate trovano sempre più largo impiego nelle produzioni Disney; nonostante io non sia un entusiasta sostenitore della commistione computer-disegno animato, devo ammettere che i risultati ottenuti finora sono semplicemente eccellenti, soprattutto in questi ultimi anni (da The Lion King in poi, per intenderci).

Ancora una volta, in questo lungometraggio sono stati impiegati i due strumenti digitali esclusivi della Disney: la CGI (Computer Generated Imagery) e il CAPS (Computer Animation Postproduction System).

Kiran Joshi, supervisore dell’animazione in CGI (già utilizzata nella scena del ballo in Beauty and the Beast, per creare la mandria di gnu The Lion King e per la postproduzione di Grandmother Willow in Pocahontas, ad esempio), ha dato il meglio di sé nelle scene della Festa dei Folli: le inquadrature a campo lungo mostrano una marea di folla in continuo movimento, dove ciascun individuo sta facendo cose diverse dal vicino; animare singolarmente tutto questo avrebbe richiesto anni di lavoro, ma l’impiego del computer ha portato ad un ottimo compromesso: tempi brevi di lavorazione (parliamo comunque di diversi mesi!) e risultati apprezzabili nell’inquadratura generale (anche se, concentrando l’attenzione sui personaggi della folla, è possibile avvertire lo stridente movimento "a poligoni" tipico dell’animazione al computer in generale: gli umani in Toy Story ne rappresentano un esempio). I programmatori hanno operato definendo un certo numero di fisionomie (uomini, donne, bambini, alti, bassi, magri, e così via), schemi comportamentali ed in seguito hanno combinato questi vari elementi facendo variare i tempi nei quali si compiva una certa azione; ulteriore variabilità è stata introdotta utilizzando abiti di foggia e colori diversi: in tal modo è stato possibile realizzare una folla di circa 7000 (!!) individui. Il numero pressoché infinito di combinazioni ha inoltre permesso di ridurre al minimo il fenomeno di "ripetizione" di certi movimenti, effetto ridondante soprattutto nelle produzioni minori come quelle televisive (per la verità, anche i lungometraggi della Disney degli anni ‘50 e ‘60 sono un ricettacolo di recuperi e ripetizioni di movimenti, di inquadrature e di layout addirittura; un esempio per tutti? La scena di "Phoney King of England" in Robin Hood: ci si trova dentro di tutto, da SnowWhite a The Aristocats!). [C’è poi chi è talmente in gamba da sfruttare queste magagne a proprio vantaggio: Matt Groening, in un episodio dei suoi The Simpson, fa visitare a Lisa un Centro di Produzione per l’animazione: durante la visita, è inevitabile la domanda della bambina (?!) al direttore del centro: - "Ma come potete spendere così poco per un cortometraggio di 20’?" - "Utilizzando al meglio ciò che già è stato prodotto!" - risponde ammiccando in camera il direttore, mentre vediamo per la decima volta la stessa donna delle pulizie che strizza uno straccio in un secchio...].

Il CAPS è la naturale evoluzione della Multiplane Camera: consiste in un sistema di postproduzione in grado di generare le eccellenti combinazioni visive che caratterizzano ormai i principali prodotti Disney dal ‘90 in poi. I vari elementi di un’inquadratura o di una intera scena (fondali, personaggi, effetti speciali, ecc.), vengono realizzati secondo le consuete tecniche manuali; successivamente tali elementi vengono digitalizzati e "montati" attraverso l’uso del computer che permette di aggiungere anche alcuni effetti digitali (come sfocature, ad esempio) contribuendo così alla stupefacente resa finale più vera del vero (come amava dire Walt).

Non sono però sempre rose e fiori: in modo particolare si rileva una certa ripetitività senile nella scelta delle scene di apertura dei vari lungometraggi; confrontiamo le introduzioni di Beauty and the Beast, Pocahontas (la scena dei titoli di testa) ed infine questo Hunchback: c’è sempre una carrellata mozzafiato (un "Truck in" per dirla in gergo tecnico) in cui i piani di animazione si sprecano, superando tranquillamente la decina (una vera utopia prima dell’avvento del CAPS); l’effetto è veramente emozionante, ma come tutte le cose, se usato troppo di frequente, perde di freschezza e la Disney ce ne propina uno un anno sì ed uno no! E’ anche vero che il significato di tale soluzione visiva è palese: è una strumento per trascinare letteralmente lo spettatore dentro la storia: genera un particolare stato emotivo di partecipazione e di attenzione, è come una sorta di "ed ora andiamo ad incominciare". E’ stato usato con queste intenzioni proprio da Walt nel suo primo lungometraggio (SnowWhite and the Seven Dwarfs, c’è forse bisogno di ripeterlo?) e più di una volta, quasi a scandire l’apertura e la chiusura di una scena o di un capitolo della narrazione (scena iniziale: truck in verso il castello della Regina; scoperta del cottage dei nani, e così via), ma comunque (a mio avviso) il troppo stroppia, anche se è fatto sapientemente.

 

Sul commento sonoro per la verità non c’è molto da dire; tranne che per qualche brano (che ricorda vagamente i Carmina Burana di Orff come atmosfera), il tutto si presenta come un rimpasto di motivetti e di sonorità già sentite e strasentite da quattro anni a questa parte (The Lion King chiaramente): stessi tempi, stesse sottolineature delle azioni, stessi arrangiamenti, soprattutto nel brano dei credits finali. C’è da aggiungere che nell’edizione italiana questa situazione viene pericolosamente aggravata dall’interpretazione dei Neri per Caso, che cantano con una leziosità da carie dentali. Forse il binomio Menken-Schwartz ha già esaurito le batterie dell’ispirazione; non è forse il momento di cambiare?

 

Il doppiaggio dell’edizione italiana è veramente buono, anche come qualità dell’equilibrio traccia effetti in, off, over - traccia commento musicale - traccia vocale.

La performance di spicco è sicuramente quella dell’ottimo Massimo Ranieri (già eccellente e riconosciuto attore teatrale e cantante), il quale ha prestato la sua voce (schiarita attraverso filtri in sala di registrazione) a Quasimodo (Tom Hulce nell’edizione originale); la sua interpretazione è fresca e vibrante, perfettamente rispondente al taglio cinematografico (badate bene, ho detto cinematografico!) del personaggio. Il suo canto è omogeneo e ben equilibrato su tutta l’estensione vocale richiesta ed ottimo nell’interpretazione.

Note meno brillanti (perdonate il gioco di parole) per Mietta, che doppia Esmeralda (Demi Moore); la recitazione non è niente male (bisogna considerare che questa è la sua prima esperienza in tal senso), ma il canto è un pò superficiale e carente in modo particolare nella chiusura del suo brano, dove riscontriamo, forse per la necessità di adattare la voce ad un’emissione che non le appartiene, un fastidioso passaggio "soffiato" (per "soffiato" si intende un’emissione in cui si avverte un sibilo causato da un non corretto volume vocalico o da un’ingolatura o da un malaccorto appoggio sul fiato; chiunque sia interessato ad approfondire questi argomenti è il benvenuto ed è invitato a scrivermi alla relativa mail). In definitiva, il risultato è comunque buono, ma inevitabilmente sminuito dalla presenza di Ranieri. Soddisfacenti le prestazioni dei restanti interpreti.

 

Bibliografia:

"Notre-Dame de Paris"- Victor Hugo;

Edizioni Einaudi Tascabili: (1) pag. 159; (2) pag. 171, (3) pag. 160.

 

 

 

 
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Autore: Luca Fava (Copyright © 1997)