MOMO

 Alla conquista del tempo


 
 
 
"Esiste un grande eppur quotidiano mistero… Questo mistero è il Tempo. Esistono calendari ed orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che, talvolta, un’unica ora ci può sembrare un’eternità e un’altra invece passa in un attimo… dipende da quel che viviamo in quest’ora.

Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore."


 

Dopo una pausa di circa due anni (La Gabbianella e il Gatto risale infatti al 1999), ecco comparire sugli schermi natalizi il nuovo lungometraggio di Enzo D’Alò: Momo – Alla Conquista del Tempo. La nuova produzione trae ispirazione dall’omonimo lavoro letterario di Michael Ende (l’autore de "La Storia Infinita", per interderci). Nel libro si parla di Momo, una bambina molto particolare che in un giorno come un altro compare in una grande città, come ce ne sono tante sul globo (pure troppe…). Il suo arrivo, modesto, silenzioso, semplice e gentile, cambia ben presto la vita di tutte quelle persone con le quali Momo entra in contatto; perché Momo ha un grande potere, un dono che oggi più che mai sembra andato perduto: quello di ascoltare! Nessuno sa ascoltare come ascolta questa strana bambina venuta dal nulla, che, appunto semplicemente ascoltando, è in grado di far emergere la parte migliore di ogni essere umano. I suoi amici, quando avevano pensieri o problemi (e chi non ne ha!) si recavano da Momo che non dava consigli, non faceva domande, ma ascoltava; e la soluzione a ciò che fino a quel momento sembrava una situazione indistricabile, balenava improvvisamente palese agli occhi dell’interlocutore (e da qui il detto "vai da Momo che ti passa"). Ma la sua benefica influenza non si fermava qua; moltissimi bambini si recavano a giocare da Momo ed era un fiorire di idee straordinarie, di avventure meravigliose, il trionfo della fantasia. Ma dove c’è il bene, lì c’è anche il male; in città cominciano a comparire delle strane figure, uomini completamente vestiti di nero, dall’aspetto cinereo, con bombetta e ventiquattr’ore color piombo, costantemente con un piccolo sigaro in bocca. Sono i Signori Grigi: il loro scopo è quello di procacciarsi ciò che è necessario alla loro stessa sopravvivenza e cioè il Tempo degli esseri umani. Potente è la loro influenza: basta un attimo di depressione e la porta del cuore umano è già aperta alla loro nera presenza; presto gli abitanti della città diventano freddi, aridi e grigi nella loro esistenza svuotata, al pari dei loro stessi Demoni, senza più tempo per nulla che non sia il lavoro: non c’è più il tempo per gli amici, per una risata al bar, per la famiglia, per giocare con i propri figli. Gli unici che sembrano accorgersi di quanto sta succedendo sono proprio Momo e i bambini (che come al solito sono i primi a pagare per gli errori di una società), ma a nulla vale il loro tentativo di richiamare l’attenzione dei grandi su ciò che sta succedendo. La reazione dei Signori Grigi è terribile: nel loro infernale laccio cadono tutti colori che erano vicini a Momo, compresi i bambini stessi (collocati in un Depobimbi, dove viene insegnato loro come "giocare in modo produttivo", pilotando ogni loro singolo pensiero, esaurendo quella sorgente di vita che è la fantasia, senza la quale nessun essere umano è in grado di vivere). Toccherà dunque a Momo, con l’aiuto di Cassiopea (una tartaruga in grado di prevedere mezz’ora di futuro) e di Mastro Hora (colui che amministra e distribuisce il Tempo agli esseri umani) sventare la minaccia dei Signori Grigi e ridare la vita è il cuore a tutti.
 

Il lungometraggio, adattato dallo stesso D’Alò (e da Umberto Marino, già cosceneggiatore ne La freccia Azzurra e ne La Gabbianella e il Gatto), conserva inalterato il messaggio positivo che Ende aveva affidato al suo scritto già dal 1973: nella vita è necessario mantenere interessi, amici, amori, per continuare a vivere attivamente e per non ridursi a consumare meccanicamente e aridamente i giorni della nostra esistenza, trascinati ed affogati nei gorghi dei ritmi di una società insensibile e fredda. Il regista ha introdotto alcune variazioni, necessarie per rendere omogenea la narrazione con i tempi di un lungometraggio animato; di queste, soltanto alcune non mi paiono particolarmente ben riuscite, anche se lo scopo è sicuramente quello di introdurre un fattore sdrammatizzante in una vicenda che ha dei connotati cupi. La prima è la visione di D’Alò dei Signori Grigi: le connotazioni fisiche corrispondono efficacemente a quelle descritte da Ende, ma il loro comportamento è in moltissimi casi quasi comico: si scontrano l’un l’altro, si spingono, bisticciano, sono delle creature goffe. In realtà, le figure descritte nel libro sono ben altro: di goffo non hanno nulla, sono irreprensibili nel loro gelo, nel loro freddo calcolare i secondi di vita che stanno strappando all’umanità; compaiono dal nulla e nel nulla ritornano con il loro prezioso bottino. Sono dei veri e propri mostri in doppiopetto (e ne vediamo veramente tantissimi: è straordinario come un lavoro di fantasia scritto nel 1973 si mantenga fresco e attualissimo tutt’oggi). Il secondo aspetto riguarda l’introduzione ex novo di due personaggi che nel libro non esistono, gli assistenti di Mastro Hora: il Giorno (un gallo) e la Notte (una civetta). Sono due banali caricature che rispettano pienamente lo schema dei nemici-amici, con le classiche litigate, il solito battibeccare (ed in questo caso è davvero appropriato) di sottofondo dietro le spalle degli altri personaggi. Non sono necessari all’economia della vicenda e la loro presenza è giustificabile solo per far ridere i bambini più piccoli. Un altro aspetto è la banalizzazione della figura di Mastro Hora: nel libro è una creatura magica, la cui età si trasforma in continuazione sotto gli increduli occhi di Momo. La visione di D’Alò è purtroppo eccessivamente riduttiva e sacrifica una delle connotazioni più importanti per dare spessore al personaggio del Guardiano-Amministratore del Tempo. A parte questi aspetti (che possono essere chiaramente opinabili nella loro importanza), il resto del lungometraggio è straordinariamente attinente al testo, fino ad arrivare a vere e proprie citazioni letterali (merito anche dello stesso Ende, che aveva il dono di scrivere in modo molto semplice e diretto, quasi ingenuo, ma pieno di significati). La regia di D’Alò è come sempre molto puntuale (grazie anche ad un più che valido montaggio) e va al cuore della vicenda grazie ad una maniera "intelligente" di portare le vicende sulle schermo (come ad esempio la rappresentazione del cambiamento di vita del Signor Fusi, il barbiere, prima vittima dei Signori Grigi). Purtroppo, non si può chiaramente trascurare il basso livello tecnico dell’animazione (non più realizzata da "La Lanterna Magica", acquistata dalla Medusa); nonostante la paletta dei colori sia sempre molto calda e rassicurante (anche nel tetro dominio dei Signori Grigi), i piani di camera sono pochi, a scapito della profondità di campo. Il tratto è straordinariamente semplice, essenziale, ma rotondo e gradevole; i lay-out sono sostanzialmente quelli canonici, di base, ma con qualche ottima idea che dà interesse e dinamismo alle sequenze. L’animazione dei personaggi ha purtroppo delle carenze di fluidità veramente evidenti e qui non c’è nulla da fare. Ma nonostante queste limitazioni, la resa finale non delude e il "sapore" che il lungometraggio lascia in bocca è buono, forse perché attinge inconsciamente alle immagini dell’infanzia e sicuramente perché ancora una volta D’Alò gioca sui contenuti e non sulla mera estetica del lavoro. Ed in assoluto, questa è una carta vincente (e anche piuttosto rara, visto che per stagione le produzioni che meritano di essere ricordate per la storia o per il tipo di messaggio sono veramente, ma veramente poche).
 

Menzione di merito anche per quanto riguarda la colonna sonora, composta ed interpretata da Gianna Nannini (che personalmente avevo dato per spacciata dopo aver sentito la canzone sui mondiali…); le due canzoni sono davvero gradevoli e tutto il commento sonoro si adatta perfettamente ai "colori" del lungometraggio e al ritmo narrativo. Inoltre Gianna mantiene inalterato il suo stile compositivo e di interprete e il vedere l’ottima riuscita del progetto mi ha lasciato davvero stupito (ma del resto, il contenuto "rockeggiante" delle produzioni di D’Alò era già più che evidente ne La Gabbianella e il Gatto).

Il doppiaggio si affida a grandi nomi del cinema italiano: il sempre ottimo Giancarlo Giannini, Sergio Rubini e Diego Abatantuono, quest’ultimo nei panni di Mastro Hora; è forse la prova meno brillante di tutto il lungometraggio, a causa di una dizione non sempre esente dalle inflessioni che caratterizzano le interpretazioni dell’attore da diversi anni a questa parte. Eccellente e più che apprezzabile la scelta già collaudata del regista di utilizzare per l’interpretazione dei personaggi bambini veri e propri piccoli attori, fra cui il sempre bravo Gabriele Patriarca (che doppiava Pallino ne La Gabbianella e il Gatto).

In sostanza, anche se quest’ultima produzione mostra un calo nella realizzazione tecnica, il suo valore e la sua piacevolezza sono assolutamente innegabili e sono convinto che potrebbe sicuramente piacere, ad esempio, ad un Rodari. Bisogna quindi fare i complimenti a D’Alò (e a tutti i suoi collaboratori ed artisti) per la coerenza e per l’intelligenza del proprio lavoro, qualità assolutamente non trascurabili. Ancora una volta, l’animazione italiana esce molto bene dal calderone natalizio, senza nemmeno bisogno di sgomitare con le altre produzioni; si colloca semplicemente sopra un altro piano e da lì prosegue per la sua strada.
 
 
 
 
 
 
 
 
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Luca Fava

 Autore: Luca Fava (Copyright © 2001)