La maturità di Pocahontas

 

 

"Pocahontas" è il titolo del 33-esimo lungometraggio animato realizzato dalla Disney e, a mio avviso, è anche l’indice di uno stadio fondamentale nell’evoluzione dell’animazione.

La lavorazione è cominciata nel 1990, quando Mike Gabriel (co-direttore di Pocahontas insieme ad Eric Goldberg e di The Rescuers Down Under) ha scelto come tema portante la storia di un’eroina indiana del popolo dei Powhatan; non riassumerò in questa sede la trama del film, ma ne prenderò in considerazione gli elementi, a mio avviso, più salienti.

 

La Disney ha ormai raggiunto un tale livello nell’arte dell’animazione che difficilmente un suo prodotto potrà deludere dal punto di vista tecnico. Anche in questo lungometraggio spiccano i numerosi piani ottici dei fondali che si mescolano perfettamente con i personaggi e con l’azione in generale, creando un contesto perfettamente credibile. Le animazioni sono meravigliosamente fluide e leggere; non posso non citare l’arte geniale di Glen Keane, autore di Pocahontas (nonché di Ratigan, Ariel, Marahutie, Beast, Aladdin): il suo personaggio è vero e reale, ma soprattutto è una donna; nonostante l’aspetto dell’eroina sia distante dai normali personaggi femminili della Disney (potrebbe benissimo sembrare un’istruttrice di fitness o peggio una Barbie, vista l’inquietante perfezione delle forme), i movimenti del corpo, delle mani, del volto, degli occhi (peraltro raramente fermi) rivelano una vastità di sentimenti e di emozioni che rendono Pocahontas uno dei personaggi più completi, più belli (in tutti i sensi) e più affascinanti dell’universo Disneyano.

 

Tributi anche a John Pomeroy (ritornato in casa Disney dopo la separazione del 1977) per il suo John Smith; era molto facile cadere nell’errore e disegnare un insopportabile giovinastro conquistatore (di lande inesplorate e di cuori femminili) e sbruffone. Smith è invece una figura rude ma sincera, senza smancerie e svolazzi, molto credibile e più che rispettabile nella sua dignità. Uno dei momenti più toccanti del film è sicuramente l’incontro tra Smith e Pocahontas, che avviene nel rombante silenzio (andate a vedere il film per capire bene questa frase) di una meravigliosa cascata; Smith non sbotta con un’insopportabile "wow" strabuzzando gli occhi verso la donna (vedi ad esempio Aladdin, anche se bisogna considerare che i personaggi sono ad anni luce di distanza l’uno dall’altro), ma tutto avviene nella più completa assenza di parole, in un momento che dura un’eternità, attraverso uno sguardo. Smith è un personaggio che arriva nel Nuovo Mondo con una mentalità prevenuta nei confronti dei cosiddetti "selvaggi" che lo popolano, ma tuttavia la sua mente ed il suo cuore non si rifiutano di affrontare e di capire qualcosa di diverso come un’altra razza, altri usi e costumi, un altro modo di vivere.

 

Il "cattivo" di turno è Ratcliffe, governatore inglese, creato da Duncan Marjoribanks (Abu in Aladdin). L’aggettivo "cattivo" non è in verità il più adatto per descrivere la personalità di Ratcliffe: questo personaggio è afflitto da una cecità permanente e pressoché totale. Nulla tranne il suo scopo lo interessa e quindi null’altro vede; il male che compie lo fa non con l’intenzione di perpetrare un’azione malvagia (come invece fa l’eccezionale Scar): è che non si sofferma assolutamente a considerare gli effetti collaterali delle sue azioni. Tutte queste considerazioni sono sempre supportate da certi espedienti visivi dell’animazione, che in questo film è più simbolica che mai: ad esempio, quando Ratcliffe si imbarca a Londra sulla Susan Constant, l’inquadratura vede in secondo piano il governatore che sale a bordo ed in primo pano un ratto che striscia a bordo su di una corda di ormeggio; durante le sue arringhe all’equipaggio, Ratcliffe se la prende sempre con il personaggio più anziano e non con i robusti marinai. Tutto ciò aiuta magistralmente a sottolineare la piccolezza infinita del governatore, nascosta da un’ostentata corpulenza esteriore: tutto è fuori e dentro non rimane proprio nulla.

 

Spiragli della luce che Ratcliffe non vedrà mai, trapelano invece involontariamente dal suo maggiordomo Wiggins (creato da Chris Buck): le sue considerazioni, sempre a fior di labbra e di mente sono perfettamente calzanti alle varie situazioni:
Ratcliffe:  Ma perché questi selvaggi dovrebbero mai esserci ostili?
Wiggins: Forse perché gli abbiamo invaso il territorio, distrutto alberi,
sparato addosso senza ragione?
Ratcliffe: Non dire sciocchezze; è perché temono per il loro oro!
 

Il lato più disimpegnato del film è affidato al triangolo formato da Meeko (Nick Ranieri), Flit (Dave Prujksma) e Percy (Chris Buck). Meeko è un procione insaziabile e completamente selvaggio (con selvaggio voglio indicare il fatto che Meeko fa ciò che il proprio cuore gli suggerisce, sempre e liberamente); nonostante tutto ciò, questo personaggio manifesta, in alcuni momenti, una consapevolezza del proprio ruolo e della propria natura che lascia sgomenti. Flit è un serissimo, diffidente e soprattutto vendicativo colibrì, molto spesso vittima degli scherzi e delle azioni di Meeko; Percy è il cane (un botolo per la verità) viziatissimo e snob di Ratcliffe, o almeno lo rimane fino a quando Meeko non gli sconvolge completamente la vita nel modo più divertente (per noi, questo è sottinteso). Ciascuno di questi personaggi è un simbolo molto chiaro: Meeko rappresenta la totale schiettezza e libertà dell’animo e del cuore di Pocahontas (e di tutti, in fondo), Flit il senso del dovere (è dunque ovvio che questi due siano sempre coinvolti in qualche scontro fisico) è Percy rappresenta la possibilità di recupero di valori fondamentali quali il rispetto reciproco e la tolleranza.

 

Particolare rilievo va dato ai fondali (Raoul Azadani): sono essi stessi degli attori (cosa non nuova nell’universo Disneyano, soprattutto nei lungometraggi più recenti). La foresta, presente per tutto il film, ci avvolge, ci inquieta e ci rassicura allo stesso tempo; gli ambienti sono tutti imponenti, tanto che nei campi lunghi gli esseri umani appaiono come una cosa piccolissima dispersa in una natura forte, ma non ostile e che abbraccia le sue creature come una madre benevola. Fondamentali sono le metafore ed i simbolismi, che sempre accompagnano la narrazione: le folate di vento con il delicatissimo corteo di foglie, in grado di sussurrare all’orecchio di chi "ascolta con il cuore" la voce della natura; le nubi che si sviluppano dagli accampamenti rivali prima della battaglia, che sorgono con colori diversi per poi fondersi e mescolarsi nella stessa colorazione dell’odio e dell’incomprensione e così via.

Tutte le considerazione fatte finora giustificano egregiamente la scelta di un tratto di animazione più essenziale e più verticale (orientamento predominante in tutto il film), che permette un grande dinamismo fisico ed emozionale.

 

Questo lungometraggio è caratterizzato da un approccio molto "adulto" all’argomento; si ride molto poco ed i momenti divertenti coinvolgono personaggi con un notevole spessore psicologico, anche se si tratta di animali (che però, pur rimanendo assolutamente tali, dimostrano di capire perfettamente le vicende umane e forse di saperne un po' di più). Si spegne il tono fiabesco che pervade altri film per lasciare il posto ad un senso di partecipazione e di consapevolezza che difficilmente si riscontra nell’animazione. La chiave di lettura, stavolta, è una sola, seria ed impegnativa: l’interazione razziale ed il rispetto per tutte le cose viventi e non viventi. La Disney è, in un certo senso, maturata; non è più tempo di curiose bestioline parlanti, ma di narrazioni intelligenti e molto intense. Con questo non voglio e non posso asserire che lungometraggi più fiabeschi debbano sparire, poiché sarebbe come eliminare una delle principali funzioni del cinema d’animazione, e cioè la totale evasione dal mondo reale per 80’ circa, ma voglio sottolineare la potenza del linguaggio animato, che può assurgere al livello di vero film adulto.

 

 

 

 
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Luca Fava

 
Autore: Luca Fava (Copyright © 1997)