- Toy Story -

(fra miracolo e routine)

 

 

 

 

 

In genere, l’uscita di un lungometraggio di casa Disney è considerato come un evento; nel caso di Toy Story si ha quasi gridato al miracolo: "la nuova frontiera dell’animazione, ecc., ecc.". In realtà la Disney non ha fatto nulla di nuovo rispetto a ciò che successe nel 1938, quando uscì sugli schermi il primo lungometraggio a disegni animati per la fruizione pubblica: SnowWhite and the Seven Dwarfs; prima di allora l’animazione esisteva, ma era ancora qualcosa di sperimentale; era fatta da persone che, quasi al pari di ricercatori, sperimentavano appunto le tecniche più disparate (come dipingere, oppure incidere con chiodi la pellicola stessa, fino a "disegnare" la banda sonora per udire il "suono dell’immagine"; altro che Fantasia!). Casa Disney decise di "massificare" tale attività, proponendo al mondo il risultato di tali sperimentazioni in una forma chiaramente accessibile a tutti.

Dopo quasi sessant’anni il fenomeno si ripete: la computer animation integrale è una realtà fin dai primi anni ottanta, ma fino ad ora era rimasta relegata a cortometraggi diffusi solo a livello amatoriale; la Disney ha, ancora una volta, "massificato" una tecnica ed il prodotto di tutto ciò è Toy Story.

Con questa forse troppo lunga introduzione non intendo tuttavia esprimere pareri negativi sull’attività di casa Disney, ma solo riportare un evento oggettivo; bisogna ricordare che la Disney ha sì commercializzato l’animazione, ma ha anche regalato alcuni capolavori assoluti alla storia del cinema (primo fra tutti non mi stancherò mai di ripeterlo, SnowWhite).

 

Ma veniamo al film in questione:

Toy Story racconta le vicende di una banda di giocattoli: è noto, infatti, che i giocattoli prendano vita quando non c’è nessun umano nei dintorni! Il gruppo comprende fra gli altri una ammaliante pastorella di porcellana con il suo gregge (BoBeep), un complessatissimo dinosauro di plastica (Rex), una macchina radiocomandata, una "patata" con naso, occhi, bocca, orecchie staccabili ed intercambiabili, campione di cinismo (Mr. Potato), la "task force" del gruppo, costituita da un vero esercito di soldatini di plastica e dal giocattolo preferito dal bambino di casa: un cowboy di nome Woody; la sua privilegiata posizione (il suo posto è infatti sul letto del padroncino) lo rende automaticamente il capo di tutta la combriccola. Ma la sua "autorità" viene seriamente compromessa durante il compleanno del bambino: il regalo più clamoroso è nientemeno che uno SpaceRanger di nome Buzz Lightyear, il quale diventa ben presto, grazie ai suoi accessori ("più numerosi di quelli di un coltello dell’armata svizzera") il preferito fra tutti i giocattoli. L’odio fra Woody e Buzz divampa immediatamente e trascinerà i due in una emozionante girandola di avventure dentro e soprattutto fuori la loro abitazione.

 

Ancora una volta la Disney non delude assolutamente nella caratterizzazione dei personaggi;

Rex è un ricettacolo di complessi, dovuti alle più svariate ragioni: non riesce a ruggire con sufficiente forza per spaventare qualcuno (almeno fino a quando Buzz non gli insegna ad usare il diaframma!); è terrorizzato dall’idea che il bambino riceva un altro dinosauro, semmai più cattivo e così via.

Woody è talmente orgoglioso della propria posizione da arrivare ad elaborare ed attuare un vero attentato alla vita di Buzz, per poterselo togliere di torno e riconquistare così la sua posizione di "preferito"; possiede però anche la coscienza di essere un giocattolo e di esistere solo per divertire il suo padrone.

Buzz è dotato di un fortissimo carisma, anche perché crede veramente di essere un SpaceRanger e di poter volare; lo scoprire improvvisamente e violentemente di non essere ciò che pensa, lo precipita in un terribile (sebbene esilarante) stato di shock e depressione.

Fanno parte della storia anche personaggi umani: in modo particolare un bambino sadico e maligno ("che tortura i giocattoli") ed il suo cane, parimenti cattivo; sarà Woody, a capo dell’esercito di "mostri-giocattolo" creati dagli insani divertimenti del degenerato a farlo rinsavire, terrorizzandolo con un’azione da vero e proprio film horror.

 

Alla storia, davvero interessante, si aggiunge una regia nientemeno che eccellente: i ritmi sono sempre sostenuti, le scene sono estremamente dinamiche e il tutto garantisce emozioni e divertimento.

Per quanto riguarda la tecnica di animazione (il programma utilizzato dalla Pixar è analogo a quello della ILM: l’immagine è scomposta in migliaia di poligoni controllati singolarmente), il risultato è in un certo senso discontinuo; gli ambienti, sia al chiuso che all’aperto, l’illuminazione, i particolari di struttura sono veramente qualcosa di straordinario, tanto che molte inquadrature potrebbero essere tranquillamente scambiate per immagini dal vero. Per gli oggetti in movimento il grado di perfezione si abbassa leggermente: alcuni veicoli sono un po' troppo "poligonali" e l’illusione svanisce per un attimo; in altre scene invece, come quella dell’incidente verso la fine del film, il tutto ritorna impeccabile.

I giocattoli sono animati (in questo caso dovrei dire forse sintetizzati) in modo veramente egregio, sia nei movimenti (non saprei immaginare un giocattolo muoversi in modo diverso), sia nelle espressioni facciali. La nota più dolente suona invece per i personaggi umani che popolano il film: la loro animazione è legnosa e palesemente artificiale, a partire da movimenti che non rispettano i parametri anatomici umani (nessuna persona si muoverà mai in quel modo!), fino ad arrivare alla stolidità delle espressioni facciali, il tutto in netto e disarmonico contrasto con il resto del film (con queste considerazioni intendo riportare solo un dato oggettivo, senza addentrarmi troppo nella considerazione delle sue cause; si potrebbe pensare ad una voluta distinzione fra le animazioni giocattoli-umani, ma questa ipotesi mi sembra non reggere, in quanto i modelli di movimento rimangono comunque gli stessi per entrambe le categorie).

 

Il commento musicale, composto da Randy Newman, si complementa ottimamente con ciò che si vede sullo schermo, ma sinceramente dubito che possa vivere un’esistenza propria (come invece è accaduto per altre colonne sonore, vedi The Lion King o Beauty and the Beast).

Tributi ed onori vanno sicuramente al doppiaggio, sia per abilità tecniche (ottima conservazione della traccia sonora originale), sia per abilità artistiche; la rivelazione, a mio avviso, riguarda Fabrizio Frizzi in modo particolare, la cui voce si adatta perfettamente al personaggio di Woody.

In conclusione, il film garantisce divertimento ed anche suspance; è sicuramente da vedere e da godere, semmai senza gridare necessariamente al miracolo.

 

 

 

 

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Luca Fava
 
Autore: Luca Fava (Copyright © 1997)